Non solo sostenibilità, ma anche Madagascar, futuro e consapevolezza

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Non solo sostenibilità, ma anche Madagascar, futuro e consapevolezza

Intervista con Pilar Pedrinelli, Global Public Engagement Manager & Sustainability Advocate @ Rainforest Alliance e Impact Innovation @ CISL Cambridge

Chi è Pilar e perchè ho deciso di intervistarla: è una giovane donna che seguo da anni su Instagram, mi ha sempre ispirato anche prima di iniziare le rispettive carriere lavorative.Ora lavora in una ONG dal respiro internazionale e tutte le sue scelte, a partire dagli studi, si sono basate sul contribuire al benessere della comunità. Poi un giorno si è innamorata del Madagascar e da lì la sua vita e la sua carriera hanno preso una strada ancora più decisa e innovativa.Le ho fatto qualche domanda per capire meglio come è arrivata a fare questo lavoro, che l’appassiona tanto e al tempo stesso contribuire al benessere della società.

Ciao Pilar, pensi che attraverso il tuo lavoro per Rainforest Alliance e il tuo impegno, sia possibile attuare un cambiamento positivo nel nostro Paese? Considerate anche tutte le agevolazioni del Recovery Fund.
Credo che il Ministro Cingolani (ministro della transizione ecologica) abbia centrato i tre focus principali che necessitano di riforme serie e veloci:

  1. la tutela della natura, del territorio e del mare,
  2. la transizione ecologica
  3.  l’interdipendenza della sfida climatica ed energetica.

Quello su cui vorrei che ci focalizzassimo di più però è l’intersezione tra diritti umani e la crisi climatica, credo che in questo piano sia purtroppo ancora carente, come carenti sono le protezioni da un punto di vista legislativo e anche da un punto di vista sociale. Non credo che sia stata raggiunta una conoscenza e comprensione tale, specialmente in Italia, di quanto siano legati il benessere sociale e il benessere ambientale, e come uno dipendi dall’altro.

Per quanto riguarda il mio lavoro, in questo momento mi sto occupando di COP2 (26a Conferenza delle Parti sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite) di cui l’Italia farà il co-host insieme a UK) e lo facciamo impreparati, come Europa e come mondo. Se guardiamo al report di sintesi del UNFCCC, che ha valutato gli NDC (Nationally Determined Contributions, NDCs) che i diversi paesi hanno presentato quest’anno, vediamo che mentre la scienza è chiara, “per limitare l’aumento della temperatura globale a 1,5 °C, dobbiamo ridurre le emissioni globali del 45% entro il 2030 dai livelli del 2010”, le proposte attuali di riduzione delle emissioni dei diversi Paesi evidenziano una riduzione solo dell’1%. Ciò significa un divario del 44%. Enorme.

Ho visto che hai fatto diversi percorsi di studio, per questo ti chiedo, per aiutare anche i più giovani, come hai scelto il tuo percorso? Sapevi già cosa avresti voluto fare?

È ancora difficile capire veramente quali tipi di carriera siano disponibili in questo campo. In business school il successo era: devi diventare un consulente, lavorare nella finanza, o un manager in una grande azienda..etc. (quando la cambiamo questa visione?). E quindi ho sentito che potevo entrare a far parte di una realtà con un programma di sostenibilità buono e con una dimensione tale da creare davvero un buon impatto.

Le NGOs al momento stanno reclutando tantissimo per diversità di formazione e di lavoro, idealmente chi abbia avuto esperienza anche nel privato.

Il mio percorso fino a qui è stato pieno di privilegi, l’unica “minoranza” di cui faccio parte è quella dell’essere donna, quindi sono cresciuta in un mondo in cui quello che avevo da dire era per lo più ascoltato e prestato d’attenzione. Sono cresciuta circondata dall’amore per la comunità e ho imparato fin da piccola il potere della collettività e delle organizzazioni di base, beneficiando al contempo della diversità della mia educazione e dei miei spostamenti avanti e indietro della mia età adulta. E quindi sapevo che qualunque cosa stavo per fare doveva essere in qualche modo collegata all’aiutare le comunità. Il Madagascar ha poi cambiato la mia vita ed è così che sono arrivata al mio lavoro attuale a The Rainforest Alliance, una ONG internazionale che lavora all’intersezione tra business, agricoltura e foreste con l’obiettivo di sostenere gli agricoltori e le comunità forestali in aree come il cambiamento climatico e i diritti umani.

Hai menzionato alcune volte il lavoro in Madagascar. Ti va di parlarcene meglio? Cosa succede lì?

Ogni volta che sento parlare del Madagascar i miei occhi si illuminano. Per darvi un’istantanea del progetto che stavo conducendo lì , Vanilla for Change, abbiamo raggiunto oltre 60.000 persone, affrontando alcune delle principali problematiche che interessano il paese. Le aree chiave su cui abbiamo lavorato, che potrebbero produrre un impatto duraturo e migliorare la vita delle comunità locale sono state:

  1. migliorare la resilienza (letteralmente a qualsiasi cosa, dallo shock del reddito al cambiamento climatico)
  2. migliorare le infrastrutture sanitarie e educative
  3. ridurre il trasferimento intergenerazionale della povertà
  4. contribuire all’apprendimento a livello di settore in modo che tutti nell’ambito possiamo migliorare a livello di interventi, strategie e supporto.

Penso che l’unica cosa importante da dire del Madagascar qui sia che più di quanto potessi contribuire localmente, questo posto ha semplicemente cambiato la mia vita. Le persone lì lo hanno fatto. È lì che ho scoperto il mio scopo. Quando sono atterrata in questo aeroporto non più grande di un piccolo magazzino nella parte settentrionale dell’isola, nella regione SAVA, ero come se volessi farlo per sempre. È qui che mi sono detta voglio concentrare la mia carriera in questo ambito, se mi vengono fornite le competenze che potrebbero aiutare a risolvere questi problemi, voglio metterle a frutto.

Sei attiva anche sui social network, come se ne può fare un buon uso quando si cominciano a ricoprire ruoli di responsabilità, come è il tuo per Rainforest Alliance?
La cosa secondo me fondamentale, quando si parla di sostenibilità è parlarne con cognizione di causa. Perché se quando commentiamo contribuiamo a diffondere “fake news” stiamo veramente migliorando la situazione? Questo in realtà su qualsiasi argomento, e a maggior ragione quando la nostra piattaforma comincia ad avere un certo following.

Il generale consiglio invece riguardo chi ci vuole vendere un’unica soluzione alle problematiche mondiali, specialmente sulla sostenibilità è: scappate. Non c’è una singola soluzione che possa essere applicata uniformemente ai diversi ambiti della sostenibilità, ambientale e sociale e che sia in grado di considerare i diversi contributi delle comunità dei Paesi del Sud del Mondo e i principali inquinatori, quelli del Nord. Questo non significa non sbagliare, tutti sbagliamo in questo ambito, ma essere consapevoli ed aperti al confronto e anche riconoscere i propri sbagli.

Il dare un’unica soluzione è un modo molto iniquo di vedere il mondo come se tutti avessero le stesse capacità, le stesse opportunità, lo stesso grado di responsabilità in questa crisi e potessero mobilitarsi nello stesso modo.

È importante trovare un modo per sentire che stiamo facendo la nostra parte, perché in realtà è così che avviene il cambiamento sistemico: quando ogni individuo contribuisce a un movimento collettivo che è in grado di cambiare le cose, sia dal punto di vista sociale che di mercato.

Perchè il parto non è quell’evento traumatico che spesso ci fanno credere? Come può essere dolce e positivo? Hypnobirthing chi?

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Perchè il parto non è quell’evento traumatico che spesso ci fanno credere? Come può essere dolce e positivo? Hypnobirthing chi?

Intervista a Luana Corbellini, insegnante di Hypnobirthing Il Parto Positivo e Consulente alla pari in allattamento.

In uno dei tuoi post ci parli di come i corpi delle donne sappiano partorire, ma precisi anche che “la nostra cultura si è fatta prendere un po’ troppo la mano con questi interventi, che spesso non sono così necessari.” Cosa intendi nello specifico? Come si fa a riscoprirlo? E cosa secondo te ha portato a questo allontanamento della donna dalla consapevolezza, si può dire, del potenziale del proprio corpo?

Le linee guida dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), ci dicono che il tasso di induzione al parto non dovrebbe superare il 10% in alcuna area geografica. In Italia questa percentuale raggiunge il doppio e sale ulteriormente per i parti con taglio cesareo.

Viviamo in una cultura in cui la gravidanza e il parto sono diventati eventi estremamente medicalizzati e questo ha contribuito in modo considerevole ad allontanare la donna dall’ascolto di ciò che sta accadendo al proprio corpo e alla propria mente in un periodo così speciale della sua vita.

Per ri-scoprire il potenziale del nostro corpo di donne che sanno dare la vita, abbiamo bisogno di scegliere con cura i professionisti che ci assistono durante la gravidanza e il parto. È fondamentale che siano persone che abbiano a cuore la fisiologia di questi processi e che sappiano riconoscere quando è necessario un intervento di tipo medico (che siamo estremamente grate di avere a disposizione) e quando invece, come nella maggior parte dei casi trattandosi di eventi naturali nella vita di una donna, ci sia “solo” bisogno di corretta informazione, suppporto e assistenza professionale.

Molte donne faticano a capire come sia possibile partorire e non riescono ad avere con il loro corpo un rapporto tale per percepire il parto come una cosa normale. Cosa ti sentiresti di consigliare a queste donne?

La gravidanza e il parto per la donna sono processi di grande trasformazione di se’: corpo e mente si modificano (letteralmente!) per far spazio ad una nuova persona che cresce all’interno. L’utero che prima era un organo piccolino e vuoto, ora contiene un nuovo essere umano. Alcune aree del cervello della mamma poi,si modificano per riuscire a comprendere meglio i bisogni del bambino che nascerà. Se non succedesse da millenni ci sembrerebbe fantascienza!

Invece, proprio il fatto che succeda da millenni, ci fa capire che il corpo della donna è costruito per crescere un nuovo essere umano prima, e partorirlo poi.

A queste donne consiglierei di provare a chiedersi “ Che cosa mi spaventa del parto? Forse il dolore? Il cambiamento del mio corpo? L’idea che ho di questo evento?” Non esistono risposte giuste o sbagliate, l’importante è l’ascolto di noi stesse. 

Anche provare ad entrare più in confidenza con il proprio corpo attraverso esercizi di respirazione può essere un aiuto per prendere consapevolezza di quanto corpo e mente lavorino mano nella mano e acquisire quindi più fiducia in questo evento.

Cosa vuoi dirci quando affermi che la maternità ti ha “portato giorno dopo giorno sempre più vicina a me stessa”?

Sento che gravidanza, parto e maternità abbiamo soffiato via strati di polvere che si erano depositati dentro di me negli anni. Ho rivisto da subito quali fossero per me le priorità e soprattutto ho sentito di avere molto più coraggio nel difenderle. Non è sempre semplice, ma sicuramente sono felice di sentirmi più autentica.

In cosa consiste l’hypnobirthing? Mi sembra di capire, e dimmi se sbaglio, che per te il dolore non è l’ostacolo, bensì a influire sul parto è la paura o meno della futura madre. Giusto? Come si può non avere paura? Soprattutto per chi partorisce per la prima vota e non ha idea di come il suo corpo risponderà. O non si sente capace perché magari nessuno è mai riuscito a parlargliene in modo che si sentisse coinvolta.

L’Hypnobirthing è un approccio dal nome un po’ strano, che però può essere molto utile nella gestione della paura e del dolore al parto. È bene chiarire che non si tratta di ipnosi, ma di rilassamenti profondi** e tecniche di respirazione, che uniti a visualizzazioni e affermazioni positive permettono di arrivare al momento del parto calme, positive e fiduciose.

Secondo l’Hypnobirthing il primo nemico del parto non è il dolore, ma la paura. Infatti una donna che arriva a questo momento carica di ansia e tensione, produce ormoni (come l’adrenalina) che rilasciati in modo costante vanno ad ostacolare il processo del parto aumentando anche la percezione del dolore.

Una donna che invece arriva al parto calma e positiva, produce ormoni (come l’ossitocina, chiamato l’ormone dell’amore e le endorfine, i nostri antidolorifici naturali) che sono esattamente quelli di cui il corpo ha bisogno in quel momento e che quindi facilitano e supportano tutto il processo.

Purtroppo la nostra cultura non ci prepara ad arrivare rilassate al momento del parto: siamo cresciute guardando scene di parto nei film in tv all’insegna della fretta, del dolore e della paura (e dei papà che svengono!), uniti a racconti dell’orrore di vicine di casa o conoscenti. Con un background di questo tipo, il nostro cervello, e di conseguenza il nostro corpo, si sono programmati per vivere il parto in questo modo. 

Ma il parto può essere ben diverso!

Le donne non devono imparare a partorire, i loro corpi lo fanno da sempre. Quello che può essere utile è ri-scoprire questa capacità.

**Durante un rilassamento si rimane vigili e coscienti, seppur in uno stato di calma profonda. Non è necessario alcun terapeuta per la pratica: una volta appresa la tecnica, la mamma può praticare in autonomia in gravidanza e al parto. 

Quando inizia secondo te la preparazione di una donna alla maternità? Ti confesso che mi capita di pensare che inizi molto prima di rimanere incinta. Ma lascio la parola a te, che sei sicuramente molto più esperta di me.

Credo che sia un aspetto molto soggettivo. Certamente una preparazione informata può essere fondamentale per vivere in modo consapevole questo momento. La maternità è un periodo naturale nella vita di una donna, ma come abbiamo detto, è anche un periodo di grande trasformazione di se’, del rapporto con il partner e con l’intera famiglia. Il tutto mentre si ha un nuovo cucciolo di cui prendersi cura: si può fare e siamo fatte per farlo, ma se conosciamo le nostre risorse e conosciamo gli strumenti a nostra disposizione, può diventare tutto molto più semplice. E anche più bello!

Counselor: il dietro le quinte

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Counselor: il dietro le quinte

Intervista a Daniela Traggiai, Manager IT, Counselor e Formatrice di soft skills

Parli del tuo percorso formativo, come di un percorso prima di tutto personale. A chi ti sentiresti di consigliarlo? Quali erano le tue aspettative quando hai iniziato?

No, non sbagli, è proprio così. E inizio con l’affermare che dovrebbe essere così per ogni buon Counselor. Una formazione che sia veramente valida non può prescindere da un lungo e profondo viaggio di crescita e conoscenza interiore. Per aiutare gli altri, bisogna prima “mettere in ordine” se stessi. Dobbiamo invece essere pronti e strutturati per accogliere i suoi punti di debolezza, sostenerli e accettarli senza giudizio. Non possiamo farlo se non ci siamo dapprima “ripuliti”, andremmo a fondo insieme.

Sebbene provenga da “lontano” (una laurea in economia, un master attinente e un lavoro in azienda e prima ancora la consulenza aziendale), sono, da sempre, interessata alle dinamiche del comportamento umano, Mi sono data il permesso di ascoltare in modo diverso quel brusio che da tempo mi ronzava in testa, senza più allontanarlo e accogliendolo pienamente.

Avevo bisogno di svoltare, sentivo che qualcosa non andava, ero prigioniera e insoddisfatta, tutto andava bene, apparentemente, lavoro, salute famiglia, eppure era come se mi stessi guardando vivere invece di vivere, come se stessi recitando una parte. Nessuno comprendeva la mia spinta, “cosa c’è da capire? Cosa c’è da migliorare?” Mi dicevano… hanno realizzato solo 4 o 5 anni dopo quando sono riemersa in modo diverso, quando è riemersa la vera me senza più tutte quelle convinzioni limitanti. Un percorso doloroso, assolutamente si, ma che certamente mi ha cambiato la vita e ha cambiato quella delle persone cui voglio bene.

Certamente è un percorso per coraggiosi, non è da tutti, si entra in contatto con parti di noi che non vogliamo vedere, si comprende quanto dolore ciascuno di noi ha sofferto nell’infanzia, si riaprono ferite che avevamo, volenti o nolenti, chiuso consciamente. Si riscoprono poi tutte quelle risorse che ci eravamo dimenticati di possedere.

Cosa intendi per “convinzioni limitanti”? Come riconoscerle?

Le convinzioni limitanti sono una trappola per la nostra mente e, di fatto, limitano o impediscono il nostro sviluppo personale, sono un ostacolo alla libera espressione e realizzazione del nostro vero Sé, una coperta buttata sopra al fuoco della nostra naturale tendenza al miglioramento e alla crescita. Sono nostre certezze, ferme, indiscutibili, che non necessariamente rappresentano verità, e dalle quale siamo continuamente condizionati. Le convinzioni autolimitanti ci spingono ad agire in un determinato modo, ciò di cui siamo convinti ci predispone ad assumere un atteggiamento, a fare delle scelte che indurranno inevitabilmente la conferma della convinzione. Una mia tipica convinzione autolimitante era “se accade qualcosa di bello, allora succederà presto una catastrofe”, puoi immaginare quanto sia limitante questo pensiero, nella misura in cui ci si vieta di gioire, di far accadere avvenimenti positivi, di essere felici in generale. Un vero auto sabotaggio. Il percorso personale aiuta moltissimo a liberarsi di tali credenze e convinzioni soprattutto mediante il senso di autoefficacia: la fiducia che ogni persona ha nelle proprie capacità di ottenere effetti voluti con la propria azione, poiché è l’autoefficacia che crea il comportamento e non viceversa.

Visto il contesto aziendale in cui lavori, pensi che questa situazione di “ambiente facilitante” che il Counseling crea, possa essere portata in azienda? E se sì, come?

Questa domanda mi offre la possibilità di parlare del mio sogno, della tessera che manca al mio puzzle. Portare la cultura del Counseling in azienda, formare Manager Counselor e dare vita a una nuova classe dirigente felice, con dipendenti felici, nel vero senso della parola. La dimensione del fare (possibilmente in modo perfetto ed entro ieri) dell’efficienza, della produttività a ogni costo impedisce alle aziende di “vedere” le proprie Persone, e di considerarle come tali, con la vista olistica (nel senso di omnicomprensiva) che meriterebbero. Messo un piede in azienda, tutti diventiamo impermeabili alla sfera dell’essere, diventiamo bravissimi a non vedere il mondo interiore dell’altro, la condizione di libertà emotiva che il Counseling promuove è totalmente assente. Un miglioramento delle condizioni di ben-essere dei singoli individui, e quindi del gruppo lavorativo, equivalga anche a un sicuro miglioramento delle performance. E’ “robetta che non serve”. Lavorare da manager con la consapevolezza del Counselor, guardare dall’esterno la vita in azienda e saper individuare le aree critiche e immaginarne le soluzioni è talvolta frustrante e dicotomico. Tanto da domandarsi giornalmente dove finisca la consapevolezza aziendale e dove inizi la finzione. L’unico conforto estemporaneo è portare individualmente un po’ del modo di essere del  Counselor, verificare qualche piccolo miglioramento positivo, potenziare nel mio piccolo qualche relazione, ascoltare profondamente il mio interlocutore e osservarlo mentre, per una volta, entra in contatto con se stesso, si sente valorizzato e per magia si libera di qualche fardello, per poi acquisire all’improvviso la consapevolezza di essere una mosca bianca, di non avere alcun potere di cambiare radicalmente le cose. Parlo di questo conflitto brevemente anche nel mio libro, che descrive un viaggio nella mente umana ai tempi della realtà virtuale, condotto dalle mie tre schizofreniche anime, quella del Manager, quella del Counselor e quella della mamma di una Zoomer. (“La mente umana nel web. Motivazioni, bisogni e inganni alla base della social presence” – Amazon, autopubblicazione).

Trovo interessante e non scontato l’appellativo che usi: “Formatrice di soft skills”. Ti va di parlarne nel dettaglio? Perché sono importanti le soft skills? Come possiamo renderci consapevoli di averle? Pensi che il contesto culturale e lavorativo in cui viviamo ci aiuti a valorizzarle? Se no, come pensi che potremmo migliorar e la nostra condizione?

 Mi sono focalizzata sulle soft skills perché credo intimamente facciano la differenza nella vita, non a caso si chiamano anche “life skills”. Sono tutte quelle competenze che difficilmente si misurano, si certificano, si referenziano, sono riferite al saper essere, “leggere” in contrasto con quelle “pesanti”- le hard skills – che sono invece riferite al saper fare, come sapere le lingue, conoscere il diritto, saper aggiustare un frigorifero, saper programmare il C++. Le soft skills sono abilità di tipo relazionale, emotivo, cognitivo che tutti utilizziamo nella vita di ogni giorno, e che, se ben sviluppate determinano sensibilmente una buona qualità di vita.

Due numeri in ambito aziendale: l’85% del successo lavorativo dipende dalle soft skills, solo il 15% dalle hard skills; l’89% delle assunzioni risulta deludente per carenze del nuovo assunto sulle Soft Skills. Più ci sentiamo efficaci, più siamo capaci di trovare soluzioni, più le nostre relazioni sono fluide, meno dobbiamo faticare per vivere, più le nostre soft skills sono elevate.

L’ambiente non è certamente favorente in questo momento in cui adulti, persone di riferimento, classe dirigente hanno acquisito stili personali e self made di certo poco funzionali e formativi, non sento oggi di poter dire che si possano acquisire soft skills con l’esperienza sul campo, specie se riflettiamo sul fatto che gran parte dell’apprendimento esperienziale avviene per emulazione. Forse sarà possibile per i miei nipoti, se per la generazione di mia figlia sarà scontato, come credo e spero, essere competenti anche sul soft. Certo è che la formazione soft non è come quella hard, non è sufficiente interiorizzare la teoria e mettere in pratica ciò che si è appreso: si tratta anche qui di un percorso personale, di affinamento, esercizio, applicazione continui. Ci sono diversi corsi ben fatti anche on line, i miei sono molto esperienziali, prestano grande attenzione alla sfera emotiva e propongono metodi guidati per mettere in pratica, finito il corso, le skills acquisite.

Il termine “sviluppo globale della persona” mi porta a pensare a più settori della vita in cui il cliente si è reso consapevole e per questo può provare soddisfazione. Ma aiutami tu, come ci si può arrivare? E cosa significa di preciso?

Ognuno di noi nasce sano, autonomo, capace, naturalmente proiettato verso il bene e la felicità. Tuttavia, i casi della vita possono danneggiare questa nostra predisposizione positiva. La crescita personale serve proprio a ritrovare la spinta originaria, senza farsi influenzare dall’altro da noi (non necessariamente persone, ma eventi, traumi, credenze, immagini distorte, pensieri disfunzionali ecc..). Quando parlo di vita piena, di ben-essere globale, mi riferisco ad una svolta della visione della salute complessiva, che la sposti dal concetto di assenza di patologia verso la presenza di fattori positivi. Quindi non assenza di fattori negativi ma presenza di fattori positivi. E’ una differenza abissale. MI riferisco inoltre al passaggio da un concetto di “benessere oggettivo, cioè la qualità della vita intesa come desiderabilità nei termini ad esempio di reddito, tempo libero, stato di salute…a un concetto di  “benessere soggettivo”, cioè la valutazione della propria vita e dei suoi tratti emotivi e cognitivi, delle reazione emotive agli eventi e alle considerazioni riguardo la soddisfazione sia per la propria singola vita in toto che e per i suoi singoli campi (lavoro, famiglia,  relazioni, ecc). In questa seconda accezione, il ben-essere diviene globale per la Persona, ed è la persona stessa ad esserne responsabile: è attivamente coinvolto nel processo di conquista e realizzazione in primis del senso di consapevolezza di sé, della propria autodeterminazione, della ricerca dello scopo nella propria esistenza, della capacità di recuperare di fronte ad eventi indesiderati, di essere socialmente competente, padroneggiare gli eventi. Questo tipo di crescita determina risultati fruibili in ogni dominio della vita, indistintamente, con un formidabile aumento del proprio ben-essere.

INCHIESTE: “I FILI DELL’ODIO” chi li tesse?

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INCHIESTE: “I FILI DELL’ODIO” chi li tesse?

Recensione della docu-inchiesta, tutta italiana, che tratta il delicato e intricato tema degli haters, nei meandri del web.

L’odio online nei confronti delle donne, è il tema con cui parte il documentario, con due testimonianze celebri come quelle di Michela Murgia e Laura Boldrini.

Michela, fin da subito sottolinea come anche la persona più forte, finirà per soffrirne perché “a tutti interessa cosa gli altri pensano di noi.”

Laura invece, ricorda come Salvini l’abbia resa capro espiatorio di ogni (presunto) problema relativo all’immigrazione, con l’hashtag #risorseboldriniane.

Un Matteo Salvini che si fa promotore di un linguaggio basato sull’odio.

Infatti sembra proprio che il problema non sia l’odio dilagante di questi tempi, ma la legittimazione dello stesso.

Michela, autrice non solo di romanzi, ma anche del podcast Morgana” che consiglio a tutti di iniziare ad ascoltare, ricorda anche come le donne di oggi siano spesso state (dis)educate ad essere sempre gentili ed accondiscendenti: “Hai detto grazie?” “Non fare il broncio” “Sorridi che sei più bella” e ancora: “Non farti vedere arrabbiata”.

Passiamo poi al razzismo e nel dettaglio all’antisemitismo, realtà che ha visto aumentare quasi del 25% i tweet che incitano all’odio, rispetto al 2015.

Come riporta Alex Orlowski, esperto di propaganda online e di analisi:

“Le grandi multinazionali possono decidere le sorti di un paese attraverso i social media e i loro algoritmi”.

Esistono vere e proprie centrali della propaganda, che rendono possibile l’amplificazione del messaggio che voglio far arrivare.

L’algoritmo funziona proprio così: più persone raccontano quella storia più quella storia diventa vera, anche quando è decisamente falsa.

Torniamo agli algoritmi, il cui obiettivo consiste, come spiega Matteo Flora, esperto di reputazione online, nel catturare il tesoro più prezioso di questi tempi: l’attenzione del consumatore.

Impossibile a questo punto non paragonare i “Fili dell’odio” a un’altra inchiesta famosa di questo periodo: “The Social Dilemma”.

In entrambi i casi veniamo messi in guardia dal potenziale dei social media e dall’uso che ne viene fatto, in un’ottica non troppo positiva.

Interessante notare come venga evidenziato che a utilizzare i social per far propaganda politica in Italia, ma anche all’estero, siano soprattutto i sovranisti, mentre la parte democratica del mondo non sembra avere ancora dimestichezza con questo sistema (o forse non vuole credere che ormai si faccia propaganda così).

La Murgia ci ricorda poi, come in un paese democratico dissentire non è assolutamente un problema, ma in un paese con “una democrazia impoverita”, come quella italiana, questo da adito a “un’emotività senza disciplina”

Sembra che i tempi siano maturi per educare le persone a reperire le giuste fonti e saperle verificare.

E per finire, Liliana Segre, ci ammonisce così:

Ai giovani bisogna offrire la forza della vita. Giovani che sono mortificati dalla mancanza di lavoro. Mortificati dai vizi che ricevono dai loro genitori.”

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X Factor 2020: la sofferenza normalizzata con N.a.i.p

N.a.i.p, ovvero Michelangelo Mercuri, cantante in gara nella squadra Over Uomini di Mika, porta la (in)sofferenza in prima serata, con il brano Partecipo

Una sofferenza a tratti disperata, che rappresenta una delle più comuni emozioni umane. Così difficile da accettare nella propria vita, figuriamoci in prima serata su uno dei principali canali televisivi.

A tratti l’esibizione è quasi fastidiosa, quel fastidio che però ti fa venire voglia di approfondire, di continuare a guardare e chiederti dove vuole arrivare e se ce la farà ad arrivarci. A un certo punto non capisci più se fa sul serio. 

“I vostri momenti vuoti e magici, il vostro sorriso forzato, la vostra gioia appuntita”

Con queste parole N.a.i.p sembra rivolgersi al pubblico che lo guarda e prendersene intelligentemente gioco, da lì l’(in)sofferenza a cui accennavo prima.

In realtà, continuando ad ascoltarlo e osservandolo si prova una grande empatia. Chi non si è mai sentito disperato? Chi non avrebbe avuto voglia di urlare il suo malessere come ha fatto Nessun Artista In Particolare? Per lo più su un palco di fronte a milioni di persone?

N.a.i.p ha tutta l’aria di essere una persona che le emozioni le vive a pieno e non solo, ha avuto la faccia di bronzo di portarle in prima serata. Ci ha servito questo piatto, anche se non avessimo voluto assaggiarlo.

E’ riuscito a farci assaporare qualcosa che nuovo non è, perché queste emozioni sono antiche come l’uomo, ma di nuovo c’è che le ha normalizzate.

Supportato da un Mika che in qualche modo, grazie a lui, riesce a rivelare altri aspetti di sé. Un Mika che probabilmente con un allievo come N.a.i.p è obbligato a sfidarsi e fare parecchi passi in avanti, nonostante la sua carriera internazionale e decennale. 

“Se N.a.i.p vince la finale la sua impresa diventerebbe la presa della Bastiglia della musica pop”

Leggo frasi di questo tipo in giro sul web. Si può tranquillamente affermare che Michelangelo abbia aperto una fessura più che nella musica pop, nella nostra cultura mediatica.

Complimenti a Mika che l’ha supportato, che l’ha fatto esprimere e non l’ha limitato. Anche per questo ci vuole coraggio. Per essere se stessi ci vuole coraggio.

Che questo possa essere un non troppo timido incitamento all’inizio di una cultura mediatica nuova e veramente inclusiva. Una cultura in cui tutte le emozioni vengono trattate alla pari, in modo che anche noi, spettatori in questo caso, possiamo sentirci più liberi di essere noi stessi.

“Tu sì che sai vivere la vita”

E’ così che Mika alla fine dell’esibizione si rivolge a N.a.i.p.

N.a.i.p che canta Partecipo al quinto live

Un N.a.i.p che ha tutta l’aria di aver capito come ogni emozione abbia un valore e in quanto tale sia una fonte di ricchezza, che va condivisa.

La sofferenza è un’emozione che non va repressa, ma va ascoltata e vissuta proprio come la gioia, altrimenti il rischio è quello di vivere a metà.

E a metà ci si sente un po’ incompleti. 

Il lato b del marketing

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Il lato b del marketing

Intervista a Ginevra Candidi, creatrice de @illatobdelmarketing

Come è nato il lato b del marketing?

ll progetto de Il lato b del marketing è nato da una necessità di novità dal marketing tradizionale.

Non mi sentivo rappresentata da come la pubblicità descriveva le persone, tramite una comunicazione ricca di stereotipi e banalizzazioni. Guardare le campagne o ricevere comunicazioni di marketing a volte mi buttava giù, non mi sentivo capita. Da questo, ho pensato: ma se non mi sento capita io, chissà quante persone come me non si rivedono nella narrazione mainstream dei brand? Ho quindi creato il lato b del marketing, un progetto per raccontare la comunicazione che ci meritiamo: senza stereotipi e pregiudizi, ma sempre d’impatto. Analizzo sia campagne positive che mostrano come fare comunicazione in modo efficace, sia case study negativi da cui dobbiamo allontanarci perché ricchi di stereotipi antiquati.

Quanto di te c’è in questo progetto?

Nel progetto ci sono molte parti di me. Tengo molto alle parole e cerco sempre di usare quelle giuste (a volte sbagliando, come tutt*). Ma oltre alle parole, è sempre stato importante per me avere una grafica che rispecchiasse chi sono: una persona allegra, a volte tendente al trash (nel senso positivo del termine), appassionata di cultura popolare e molto curiosa. Spero che queste cose siano evidenti nel profilo e il mio obiettivo è rendere il lato b uno spazio sicuro per me e per molte altre persone, sempre all’insegna di un po’ di pop!

Guardando indietro nel tempo avresti mai detto sarebbe stato possibile creare tutto questo? 

Non mi sarei aspettata un grande seguito onestamente. Invece, da quando è nato il progetto ad agosto 2020, la community è diventata davvero forte: parliamo spesso in privato o nei commenti e c’è un grande sostegno al progetto. C’è ancora molto da migliorare e da imparare, ma vedo un futuro interessante per il lato b!

Che consigli ti senti di dare a chi vorrebbe dare vita a un progetto personale ma non sa da dove iniziare?

Studiate e buttatevi. Seguite persone esperte nel settore, fatevi un’idea generale su come è meglio procedere e poi buttatevi! Molte cose si imparano sul campo, si “raddrizza” il tiro volta per volta e si migliora passo passo. Ma non scordatevi di avere un obiettivo in mente: è importante per non perdersi nel percorso. A volte può essere scoraggiante e demotivante, ma se è chiaro dove si vuole arrivare, la strada sarà piena di cose belle e divertenti!

Ho visto che a maggio ci sarà un evento a Roma e online per le donne del digital. Di cosa parlerà e come è nata l’idea? Lato pratico, invece, è stato difficile crearlo?  

L’evento è organizzato da Chiara Landi e Noemi Giammusso. Solitamente, negli eventi, workshop o webinar di marketing gli speaker sono quasi tutti uomini. Social Women Talk vuole invertire la rotta: si tratta di un evento di marketing femminista, che mette al centro le professioniste del digitale in un panorama in cui, troppo spesso, le donne non hanno palchi su cui salire o occasioni per far ascoltare la propria voce. Sarà un evento con 12 speaker dove si parlerà di social media marketing, copywriting, personal brand e tanto altro legato al marketing. L’evento avrà anche un taglio pratico: si potrà partecipare a workshop e sale formative per imparare e mettersi in discussione. 

L’evento si terrà a Roma e online il 21 maggio, potete acquistare il biglietto su www.socialwomentalk.it

Esseacontatto: in con-tatto con se stessi

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Esseacontatto: in con-tatto con se stessi

Come e perché nasce ESSEACONTATTO?

Esseacontatto nasce per far provare a più persone una sensazione di leggerezza in merito a temi complessi, come la consapevolezza, ad esempio. Non è facile rendere concreta un’impresa impalpabile come questa, ma è quello che mi sono impegnata a fare.

Ci parli di uno dei tuoi progetti?

Uno dei miei recenti progetti è stato la “raccolta degli urli di fine anno”, in cui lo spettatore è invitato a urlare per liberarsi, per esprimere se stesso. Oltre ad essere liberatorio, l’urlo  è qualcosa che rilassa molto la muscolatura e fa bene al fisico: urlare contro qualcosa che non è andato bene, così come per la cosa giusta. Urlare per ammettere davanti a se stessi e a tutti che questo è stato un periodo orribile, normalizzare questo tipo di sfogo.

Se ci pensiamo bene, non è così facile: dove potremmo urlare liberamente e in che misura soprattutto? Senza suscitare la preoccupazione di chi ci sta attorno? Anche per questo lo facciamo così poco, eppure ci fa bene. A Esseacontatto do a questo gesto una dimensione, raccogliendo i video e creando un dialogo tra i partecipanti.

Possiamo parlare di normalizzare le emozioni scomode? Mettendoci comodi?

Esatto, sentiamo spesso parlare della tutela dei diritti delle donne, come del bodyshaming, ma spesso ci riferiamo ad altre persone, difficilmente sento parlare in prima persona di queste tematiche. A mio parere così mi sento meno coinvolta; io mi impegno a metterci il mio vissuto e la mia esperienza, a partire dalla musica o dalle lezioni di yoga, come in White Microcosmos, dove ho cercato proprio di fare questo, creare empatia.

Ci parli meglio di Whitemicrocosmos? In cosa consiste?

Si può dire che nasce per le persone, per riportarle a una purezza, quella di White Microcosmos, appunto. Durante questa esperienza ci sono la luce bianca lunare ed un suono impercettibile. Nella sala dedicata a WM tu sei con persone che non hai mai visto, in uno stato di meditazione e scoperta al tempo stesso. Se sai coglierla, ti viene data la possibilità di guardarti dentro e proiettarti verso il futuro.

Tecnicamente stai cinque minuti con una persona sconosciuta, mentre tocchi materiali diversi, coinvolgi così diversi sensi e nessuno ti sta giudicando. È un modo di insegnare la meditazione, ovvero di insegnare a stare con se stessi.

E stare con se stessi è un incubo per la maggior parte delle persone.

In che senso è un incubo?

Difficilmente vogliamo guardarci dentro, anche perché quando lo facciamo, spesso comporta dolore. Fare luce su quello che ci fa soffrire non piace.

La meditazione consiste nello stare nel proprio dolore, ma io penso si possa fare in maniera più soft, più dolce e il mio impegno è renderlo alla portata di tutti.

Con WM la mia sfida è quella di far capire a tutti che quei cinque minuti con se stessi possono salvarti la vita, a volte. E ne vale davvero la pena.

Bottega di idee: storia e intenti di un sogno diventato realtà

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Bottega di idee: storia e intenti di un sogno diventato realtà

“Era un giorno anonimo. Di un mese anonimo. Correva l’anno 2016.
Il 22 ottobre 2016, un sabato, con dieci frasi, dieci sentenze, nasceva Bottega di idee. Un piccolo spazio digitale pensato e ideato da un ragazzo che si sentiva troppo oppresso dall’istituzione scolastica e dell’impossibilità di esprimersi.
Un bisogno, dunque, ancor prima che un progetto. Sì, perché nella primavera del 2017, quella che ora è una redazione vera e propria, con 17 persone, era composta da quattro individui, tutti facenti parte della stessa classe di Liceo — persone che, in tutta onestà, erano più interessate a sperimentare con se stessi che non a una vera e propria progettualità.”
Ci racconta Federico, il fondatore di Bottega di Idee. 

L’intento di Bottega di idee è quello di fare luce sul modo di fare cultura.

Federico ci tiene a precisare che “quando si usa un termine così impegnativo come cultura non lo si fa con altezzosità: non si pensa certo che avere intervistato MarcoCappato , MinaWelby, Antonio Padellaro , Peter Gomez , Gianni Canova , Erri De Luca , Walter Siti, Gianfrancesco Turano , Francesca Diotallevi , Filomena Gallo ; avere realizzato quasi 100 interviste, più di 20 rubriche; aver coinvolto 30 ragazzi, e ottenuto oltre 80mila visualizzazioni in poco più di 4 anni, senza aver guadagnato mai nulla, possa bastare.” 

Bottega di Idee ha pubblicato lettere sull’anoressia, portato rubriche sull’alcolismo, si è occupata di autolesionismo, ha intervistato psicologi e psichiatri, senza pretendere che le venisse attribuito di occuparsi dei disturbi dei giovani. Non solo, questo team di giovani redattori ha scritto anche di temi tra loro molto diversi — dalla legalità alla musica, dallo sport alle recensioni letterarie, dall’antichità al mondo LGBTQI+, passando per scritti intimisti, testi sul cinema e sulla filosofia — senza per questo essere generalista, anzi il punto di vista è sempre ben focalizzato e con una preparazione alle spalle.

Inoltre, Federico conclude spiegando un concetto che ha molto a cuore: 

“Ci occupiamo di tutto ciò che è cultura, che noi intendiamo come tale, con la passione di chi non vuole retribuzioni ma solo spazio per poter condividere i propri lavori. Infatti, il nome completo del nostro blog, che trovate nelle ricerche Google, è Bottega di idee — Un faro sul mondo , e l’idea è proprio questa: non un faro nel senso di aver la pretesa di illuminare la giusta via, ma un faro che riesca a ridare la giusta luce alla cultura e, tramite questa, poter rendere meno oscuro un mondo che troppe volte ci appare tenebroso. La collaborazione con Discodiversity, questa bellissima piattaforma, non è quindi null’altro che questo: un ulteriore mattoncino utile all’edificazione di una casa che ha già basi solidissime e che, nel tempo, cresce sempre più, ospitando (ed essendo ospitata da) persone come Vanessa che, proprio come noi, hanno un unico fine: portare una propria visione della realtà circostante, e non in modo autoreferenziale ma anzi arricchito dalle prospettive di altri. Ecco come e perché, dunque, quello che in partenza neppure era un sogno, nel tempo, è divenuto realtà.

Sostenibilità: cosa dobbiamo sapere sull’Agenda ONU 2030?

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Sostenibilità: cosa dobbiamo sapere sull’Agenda ONU 2030?

Perché si parla così tanto degli SDGs? Cosa sono? E perché è così importante conoscere il loro significato nel 2020?

SDGs sta per Sustainable Development Goals, ovvero i 17 obiettivi per lo sviluppo sostenibile contenuti nell’Agenda 2030 dell’ONU.

L’Agenda consiste in un programma d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità, che riguarda tutte le realtà a partire dall’economia, alla società fino, ovviamente, alla vita di tutti i giorni.

Sul sito delle Nazioni Unite è possibile aggiornarsi mensilmente sul Goal of the Month, ovvero l’obiettivo del mese, che per dicembre consiste nell’Agire per il clima, in occasione del quinto anniversario dello storico Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici e la fine di un anno senza precedenti, con l’ambizione di recuperare meglio, più forti e più sani.

Proprio in un anno delicato come questo, in cui il mondo è stato messo a dura prova dalla pandemia Covid-19, c’è stato un maggiore riconoscimento da parte dei paesi della necessità di investire in un’economia globale verde e sostenibile, in grado di produrre posti di lavoro e di ridurre le emissioni.

Le concentrazioni di gas serra hanno raggiunto i livelli più alti di sempre, i ghiacciai si stanno ritirando e i mari innalzando, in uno scenario come questo l’ONU ci ricorda l’importanza di agire per ridurre i rischi dell’impatto climatico sulle nostre vite. Investire in un’economia verde è ora di vitale importanza, dato che questo potrebbe portare a un guadagno economico di 26 trilioni di dollari entro il 2030, rispetto al normale esercizio.

Con l’energia rinnovabile è inoltre possibile generare tre volte più posti di lavoro rispetto ai combustibili fossili, il che potrebbe corrispondere a circa 9 milioni di posti di lavoro all’anno nei prossimi tre anni.

Fondamentale è sottolineare che i 17 obiettivi sono Obiettivi comuni, che riguardano tutti i Paesi e tutti gli individui, nessuno escluso e soprattutto nessuno deve essere lasciato indietro lungo il cammino che porta il mondo sulla strada della sostenibilità.

Klima: l’app che con un clic riduce le emissioni di CO2

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Klima: l’app che con un clic riduce le emissioni di CO2

Il 10 dicembre è uscita l’app Klima, creata da un team di designer, ingegneri e changemaker, con l’obiettivo di contrastare il cambiamento climatico.

L’app dal design semplice, è intuitiva e divertente da usare.

Innanzitutto dopo averla scaricata si entra in quella che è a tutti gli effetti una foresta virtuale, e nell’immediato siamo invitati a “Lasciare la nostra impronta ecologica”, che consiste nel contribuire ai progetti di klima.com.

I progetti si dividono in tre categorie principali, si va da quelli che riguardano la natura, a quelli che si occupano di questioni sociali e passando per progetti che hanno come obiettivo la sostituzione dei combustibili fossili con l’energia solare.

Prima ancora di scegliere a quale progetto aderire, ci viene data la possibilità di prendere consapevolezza di quella che è la nostra emissione annua di CO2. Come lo capiamo?

Attraverso un breve test iniziale, basato su alcuni criteri come le abitudini alimentari o il tipo di mezzo che usiamo più spesso per muoverci. Ovviamente chi utilizza la bici, rispetto alla macchina, avrà un’incidenza nettamente inferiore sull’ambiente.

Una volta presa consapevolezza di quanto il nostro stile di vita influisca sulle emissioni di CO2, ci viene chiesto come vogliamo contribuire per neutralizzarle. Piantando più alberi? O sostituendo le centrali elettriche a carbone? A questo proposito c’è, per esempio, il pluripremiato progetto solare in Sud Africa, che consiste nel raccogliere l’energia solare disponibile per generare elettricità pulita e sicura. Nella scheda del progetto è possibile leggere quali sono i benefici non solo ambientali, ma anche sociali, che vanno dal generare elettricità pulita e sicura al miglioramento delle infrastrutture scolastiche, fino allo sviluppo delle strutture sanitarie.

Continuando a navigare nell’app, veniamo a conoscenza di come quasi la metà del mondo cucini ancora a fuoco aperto, il che non è solo un male per il pianeta, ma anche per le vite umane. L’inquinamento atmosferico da stufe a legna inefficienti contribuisce a milioni di morti ogni anno. Queste stufe pulite, sviluppate con la comunità, bruciano in modo efficiente con meno carburante, proteggendo così le persone e il pianeta.

L’obiettivo dell’app non è solo quello di ridurre le emissioni di CO2, ma anche di renderci consapevoli di qual è il nostro ruolo nel grande disegno del cambiamento climatico.

È pertanto fondamentale il contributo di ognuno di noi nel capire e nell’agire, in questo caso comodamente dal divano di casa, per rendere più vivibile e sostenibile il posto in cui vivo.

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CHI DECIDE COSA è NORMALE?

Perchè la salute fisica gode di una maggiore considerazione di quella mentale? Perché a tutti i costi vogliamo rientrare in quei canoni di normalità che ci fanno sentire integrati, ma al tempo stesso non ci consentono di esprimerci per chi davvero siamo?

Ho avuto il piacere di discutere di questo e apprendere nuove informazioni con Elena Scherini, dottoressa in Psicologia clinica e Neuropsicologia. Riporto di seguito la nostra intervista: 

Cosa significa salute mentale dal punto di vista medico?

Fino al 1998 il concetto di salute veniva definito come assenza del suo contrario: la malattia e la salute mentale veniva definita di conseguenza come “assenza di malattia mentale”.

Successivamente, rendendosi conto che questo tipo di definizione non era esaustiva è stata modificata, in senso migliorativo e maggiormente comprensivo: la salute, secondo OMS diventa “uno stato dinamico di completo benessere fisico, mentale, sociale e spirituale, non mera assenza di malattia.”

Oggi la salute mentale viene definita una componente essenziale della salute in generale, la si definisce “uno stato di benessere nel quale una persona può realizzarsi, superare le tensioni della vita quotidiana, svolgere un lavoro produttivo e contribuire alla vita della propria comunità”

Il benessere mentale è la condizione in cui si vive quando esiste un buon livello di soddisfazione dei bisogni, insieme a una soddisfacente qualità della vita composta da equilibrio, serenità, tranquillità, accettazione del proprio stato individuale e sociale, accompagnate da curiosità e spirito di iniziativa. Certamente non è una condizione che si raggiunge una volta per tutte e per tutti uguale: nelle alterne situazioni dell’esistenza, il benessere mentale è l’obiettivo verso cui l’individuo tende costantemente.

Secondo te in Italia diamo la giusta importanza alla tutela della salute mentale?

Purtroppo, la risposta è no e la situazione attuale non è che una conferma.
Si sono dovuti aspettare mesi prima di avere un timido accenno alla tematica della salute mentale, a cui il nostro Presidente ha fatto riferimento prevalentemente in termini generalizzati di disagio psicologico, senza approfondire e considerare le numerose altre problematiche che la situazione emergenziale sta slatentizzando in soggetti già vulnerabili e lo stress intenso al quale ci sottopone in questa situazione di trauma collettivo.

Nel frattempo ci eravamo già mossi, fin dal primo lockdown i cittadini si sono rivolti a noi, ai numerosi servizi, anche gratuiti, che sono stati offerti dai professionisti nel privato e nel pubblico: basti citare l’hastag #lopsicologotiaiuta, connesso al numero di telefono dedicato all’ascolto e al supporto psicologico per cittadini e operatori sanitari colpiti dall’emergenza in corso.

Singoli e famiglie si sono confrontati improvvisamente con l’isolamento, le difficoltà di gestione della nuova situazione, inerenti ad esempio alla difficoltà di comunicare e vivere l’emergenza con i propri figli bambini o adolescenti, evitando di accrescere i disagi e le tensioni. Molti sono stati i webinar gratuiti organizzati per divulgare il nostro sapere in modo da renderlo utile e spendibile anche per coloro che non si sono direttamente rivolti ai nostri servizi.

Tuttavia non ci sono stati reclutamenti in massa di psicologi, tanto è vero che la proposta di legge sulla Laurea abilitante in Psicologia è bloccata in Parlamento, diversamente da quanto avvenuto per i colleghi medici. Quello che ci si aspetta ora, citando le parole della presidentessa dell’Ordine degli Psicologi Laura Parolin, in passato mia docente, è che a livello regionale e nazionale le istituzioni si attivino facendo investimenti che aiutino gli psicologi ad aiutare.

Senza dubbio il lavoro dei colleghi medici è stato e continua ad essere fondamentale ma il nostro non lo era meno: ci occupiamo non soltanto di psicopatologie ma anche di dare supporto e questo è mancato prima di tutto alla categoria degli ospedalieri stessi, che hanno vissuto in prima persona una situazione traumatica, con l’aggiunta pressione legata alla mission del loro lavoro.

Inoltre, rappresentiamo la categoria di esperti in grado di gestire meglio di altri il rapporto col malato e le comunicazioni con le famiglie dei pazienti ricoverati, che dipendono esclusivamente dalle informazioni che vengono loro date, dalle comunicazioni quindi dalle parole che hanno un valore informativo ma soprattutto un peso emotivo.

Questa situazione non è nuova, è una riconferma di una situazione vecchia di decenni e tristemente consolidata: lo stigma verso la malattia mentale, meno tangibile e afferrabile ma non per questo meno reale, continua a imperare anche ai nostri giorni.

Di fronte a un disagio si cerca ancora di nasconderlo, si evita di parlarne, si ricorre ai farmaci, sperando in un effetto miracoloso che non hanno. 

Ancora mitizziamo il concetto di “normale”, cercando di rientrarci il più possibile, cercando di appiattire le nostre peculiarità, di limitare la possibilità di vivere ed esprimere una vasta gamma di emozioni, anche intense, umane pur di non ricevere mai l’etichetta di “pazzo” che ancora pesa come un macigno, che ha ancora un significato distorto e negativo.

Forse il primo passo da compiere è una rieducazione sociale alle emozioni, magari inserendo corsi semplificati di psicologia fin dalle elementari, alcune ore obbligatorie in ogni livello di istruzione per riportare i ragazzi al dialogo sul funzionamento dell’essere umano, che nonprevede soltanto performance, motivazione, sogni in grande ma anche paure, fatiche, insicurezze; non prevede soltanto benessere, godimento ma anche momenti di malessere, inciampi e riprese. 

Quale incidenza ha sulla vita di tutti i giorni soffrire di problemi relativi alla salute mentale?

Forse il primo passo da compiere è una rieducazione sociale alle emozioni. Prima di rispondere ci tengo a sottolineare che non va dimenticato che, accanto alla condizione di benessere, una quota di disagio è parte integrante di ogni esistenza.

Chi decide cosa è normale?

Persone

Chi decide cosa è normale?

Perchè la salute fisica gode di una maggiore considerazione di quella mentale? Perché a tutti i costi vogliamo rientrare in quei canoni di normalità che ci fanno sentire integrati, ma al tempo stesso non ci consentono di esprimerci per chi davvero siamo?

Ho avuto il piacere di discutere di questo e apprendere nuove informazioni con Elena Scherini, dottoressa in Psicologia clinica e Neuropsicologia.

Riporto di seguito la nostra intervista:

Cosa significa salute mentale dal punto di vista medico?

Fino al 1998 il concetto di salute veniva definito come assenza del suo contrario: la malattia e la salute mentale veniva definita di conseguenza come “assenza di malattia mentale”.


Successivamente, rendendosi conto che questo tipo di definizione non era esaustiva è stata modificata, in senso migliorativo e maggiormente comprensivo: la salute, secondo OMS diventa uno stato dinamico di completo benessere fisico, mentale, sociale e spirituale, non mera assenza di malattia.”


Oggi la salute mentale viene definita una componente essenziale della salute in generale, la si definisce «uno stato di benessere nel quale una persona può realizzarsi, superare le tensioni della vita quotidiana, svolgere un lavoro produttivo e contribuire alla vita della propria comunità».


Il benessere mentale è la condizione in cui si vive quando esiste un buon livello di soddisfazione dei bisogni, insieme a una soddisfacente qualità della vita composta da equilibrio, serenità, tranquillità, accettazione del proprio stato individuale e sociale, accompagnate da curiosità e spirito di iniziativa. Certamente non è una condizione che si raggiunge una volta per tutte e per tutti uguale: nelle alterne situazioni dell’esistenza, il benessere mentale è l’obiettivo verso cui l’individuo tende costantemente.

Secondo te in Italia diamo la giusta importanza alla tutela della salute mentale?

Purtroppo, la risposta è no e la situazione attuale non è che una conferma.
Si sono dovuti aspettare mesi prima di avere un timido accenno alla tematica della salute mentale, a cui il nostro Presidente ha fatto riferimento prevalentemente in termini generalizzati di disagio psicologico, senza approfondire e considerare le numerose altre problematiche che la situazione emergenziale sta slatentizzando in soggetti già vulnerabili e lo stress intenso al quale ci sottopone in questa situazione di trauma collettivo.


Nel frattempo ci eravamo già mossi, fin dal primo lockdown i cittadini si sono rivolti a noi, ai numerosi servizi, anche gratuiti, che sono stati offerti dai professionisti nel privato e nel pubblico: basti citare l’hastag #lopsicologotiaiuta, connesso al numero di telefono dedicato all’ascolto e al supporto psicologico per cittadini e operatori sanitari colpiti dall’emergenza in corso.

Singoli e famiglie si sono confrontati improvvisamente con l’isolamento, le difficoltà di gestione della nuova situazione, inerenti ad esempio alla difficoltà di comunicare e vivere l’emergenza con i propri figli bambini o adolescenti, evitando di accrescere i disagi e le tensioni. Molti sono stati i webinar gratuiti organizzati per divulgare il nostro sapere in modo da renderlo utile e spendibile anche per coloro che non si sono direttamente rivolti ai nostri servizi.


Tuttavia non ci sono stati reclutamenti in massa di psicologi, tanto è vero che la proposta di legge sulla Laurea abilitante in Psicologia è bloccata in Parlamento, diversamente da quanto avvenuto per i colleghi medici. Quello che ci si aspetta ora, citando le parole della presidentessa dell’Ordine degli Psicologi Laura Parolin, in passato mia docente, è che a livello regionale e nazionale le istituzioni si attivino facendo investimenti che aiutino gli psicologi ad aiutare.


Senza dubbio il lavoro dei colleghi medici è stato e continua ad essere fondamentale ma il nostro non lo era meno: ci occupiamo non soltanto di psicopatologie ma anche di dare supporto e questo è mancato prima di tutto alla categoria degli ospedalieri stessi, che hanno vissuto in prima persona una situazione traumatica, con l’aggiunta pressione legata alla mission del loro lavoro.

Inoltre, rappresentiamo la categoria di esperti in grado di gestire meglio di altri il rapporto col malato e le comunicazioni con le famiglie dei pazienti ricoverati, che dipendono esclusivamente dalle informazioni che vengono loro date, dalle comunicazioni quindi dalle parole che hanno un valore informativo ma soprattutto un peso emotivo.


Questa situazione non è nuova, è una riconferma di una situazione vecchia di decenni e tristemente consolidata: lo stigma verso la malattia mentale, meno tangibile e afferrabile ma non per questo meno reale, continua a imperare anche ai nostri giorni.

Di fronte a un disagio si cerca ancora di nasconderlo, si evita di parlarne, si ricorre ai farmaci, sperando in un effetto miracoloso che non hanno. 

Ancora mitizziamo il concetto di “normale”, cercando di rientrarci il più possibile, cercando di appiattire le nostre peculiarità, di limitare la possibilità di vivere ed esprimere una vasta gamma di emozioni, anche intense, umane pur di non ricevere mai l’etichetta di “pazzo” che ancora pesa come un macigno, che ha ancora un significato distorto e negativo.

Forse il primo passo da compiere è una rieducazione sociale alle emozioni, magari inserendo corsi semplificati di psicologia fin dalle elementari, alcune ore obbligatorie in ogni livello di istruzione per riportare i ragazzi al dialogo sul funzionamento dell’essere umano, che non prevede soltanto performance, motivazione, sogni in grande ma anche paure, fatiche, insicurezze; non prevede soltanto benessere, godimento ma anche momenti di malessere, inciampi e riprese. 

Forse il primo passo da compiere è una rieducazione sociale alle emozioni

Quale incidenza ha sulla vita di tutti i giorni soffrire di problemi relativi alla salute mentale?

Prima di rispondere ci tengo a sottolineare che non va dimenticato che, accanto alla condizione di benessere,

una quota di disagio è parte integrante di ogni esistenza.


Secondariamente, gli studi affermano che l’incidenza dei problemi mentali è correlata alla gravità degli stessi.

In un primo caso parliamo di disagio mentale: si tratta di una condizione in cui si avverte uno stato di sofferenza, connesso a difficoltà di varia natura (negli affetti, nel lavoro ecc.), prevalentemente caratterizzata da tensione, frustrazione, aggressività o tristezza, senza tuttavia che si instauri alcun sintomo specifico.


In un secondo caso, parliamo di disturbo mentale stabilizzato: si tratta di una condizione che si manifesta quando il disturbo si cronicizza: perdurano nel tempo non solo le alterazioni mentali o del comportamento, ma anche la situazione che le ha determinate. Dunque, quando ci troviamo di fronte a questa situazione, si invalida il funzionamento relazionale, lavorativo/ scolastico della persona, compromettendone la qualità della vita e non permettendole di vivere la quotidianità in maniera semplice, facendola somigliare piuttosto a un’impresa (quasi) impossibile.