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Counselor: il dietro le quinte

Intervista a Daniela Traggiai, Manager IT, Counselor e Formatrice di soft skills

Parli del tuo percorso formativo, come di un percorso prima di tutto personale. A chi ti sentiresti di consigliarlo? Quali erano le tue aspettative quando hai iniziato?

No, non sbagli, è proprio così. E inizio con l’affermare che dovrebbe essere così per ogni buon Counselor. Una formazione che sia veramente valida non può prescindere da un lungo e profondo viaggio di crescita e conoscenza interiore. Per aiutare gli altri, bisogna prima “mettere in ordine” se stessi. Dobbiamo invece essere pronti e strutturati per accogliere i suoi punti di debolezza, sostenerli e accettarli senza giudizio. Non possiamo farlo se non ci siamo dapprima “ripuliti”, andremmo a fondo insieme.

Sebbene provenga da “lontano” (una laurea in economia, un master attinente e un lavoro in azienda e prima ancora la consulenza aziendale), sono, da sempre, interessata alle dinamiche del comportamento umano, Mi sono data il permesso di ascoltare in modo diverso quel brusio che da tempo mi ronzava in testa, senza più allontanarlo e accogliendolo pienamente.

Avevo bisogno di svoltare, sentivo che qualcosa non andava, ero prigioniera e insoddisfatta, tutto andava bene, apparentemente, lavoro, salute famiglia, eppure era come se mi stessi guardando vivere invece di vivere, come se stessi recitando una parte. Nessuno comprendeva la mia spinta, “cosa c’è da capire? Cosa c’è da migliorare?” Mi dicevano… hanno realizzato solo 4 o 5 anni dopo quando sono riemersa in modo diverso, quando è riemersa la vera me senza più tutte quelle convinzioni limitanti. Un percorso doloroso, assolutamente si, ma che certamente mi ha cambiato la vita e ha cambiato quella delle persone cui voglio bene.

Certamente è un percorso per coraggiosi, non è da tutti, si entra in contatto con parti di noi che non vogliamo vedere, si comprende quanto dolore ciascuno di noi ha sofferto nell’infanzia, si riaprono ferite che avevamo, volenti o nolenti, chiuso consciamente. Si riscoprono poi tutte quelle risorse che ci eravamo dimenticati di possedere.

Cosa intendi per “convinzioni limitanti”? Come riconoscerle?

Le convinzioni limitanti sono una trappola per la nostra mente e, di fatto, limitano o impediscono il nostro sviluppo personale, sono un ostacolo alla libera espressione e realizzazione del nostro vero Sé, una coperta buttata sopra al fuoco della nostra naturale tendenza al miglioramento e alla crescita. Sono nostre certezze, ferme, indiscutibili, che non necessariamente rappresentano verità, e dalle quale siamo continuamente condizionati. Le convinzioni autolimitanti ci spingono ad agire in un determinato modo, ciò di cui siamo convinti ci predispone ad assumere un atteggiamento, a fare delle scelte che indurranno inevitabilmente la conferma della convinzione. Una mia tipica convinzione autolimitante era “se accade qualcosa di bello, allora succederà presto una catastrofe”, puoi immaginare quanto sia limitante questo pensiero, nella misura in cui ci si vieta di gioire, di far accadere avvenimenti positivi, di essere felici in generale. Un vero auto sabotaggio. Il percorso personale aiuta moltissimo a liberarsi di tali credenze e convinzioni soprattutto mediante il senso di autoefficacia: la fiducia che ogni persona ha nelle proprie capacità di ottenere effetti voluti con la propria azione, poiché è l’autoefficacia che crea il comportamento e non viceversa.

Visto il contesto aziendale in cui lavori, pensi che questa situazione di “ambiente facilitante” che il Counseling crea, possa essere portata in azienda? E se sì, come?

Questa domanda mi offre la possibilità di parlare del mio sogno, della tessera che manca al mio puzzle. Portare la cultura del Counseling in azienda, formare Manager Counselor e dare vita a una nuova classe dirigente felice, con dipendenti felici, nel vero senso della parola. La dimensione del fare (possibilmente in modo perfetto ed entro ieri) dell’efficienza, della produttività a ogni costo impedisce alle aziende di “vedere” le proprie Persone, e di considerarle come tali, con la vista olistica (nel senso di omnicomprensiva) che meriterebbero. Messo un piede in azienda, tutti diventiamo impermeabili alla sfera dell’essere, diventiamo bravissimi a non vedere il mondo interiore dell’altro, la condizione di libertà emotiva che il Counseling promuove è totalmente assente. Un miglioramento delle condizioni di ben-essere dei singoli individui, e quindi del gruppo lavorativo, equivalga anche a un sicuro miglioramento delle performance. E’ “robetta che non serve”. Lavorare da manager con la consapevolezza del Counselor, guardare dall’esterno la vita in azienda e saper individuare le aree critiche e immaginarne le soluzioni è talvolta frustrante e dicotomico. Tanto da domandarsi giornalmente dove finisca la consapevolezza aziendale e dove inizi la finzione. L’unico conforto estemporaneo è portare individualmente un po’ del modo di essere del  Counselor, verificare qualche piccolo miglioramento positivo, potenziare nel mio piccolo qualche relazione, ascoltare profondamente il mio interlocutore e osservarlo mentre, per una volta, entra in contatto con se stesso, si sente valorizzato e per magia si libera di qualche fardello, per poi acquisire all’improvviso la consapevolezza di essere una mosca bianca, di non avere alcun potere di cambiare radicalmente le cose. Parlo di questo conflitto brevemente anche nel mio libro, che descrive un viaggio nella mente umana ai tempi della realtà virtuale, condotto dalle mie tre schizofreniche anime, quella del Manager, quella del Counselor e quella della mamma di una Zoomer. (“La mente umana nel web. Motivazioni, bisogni e inganni alla base della social presence” – Amazon, autopubblicazione).

Trovo interessante e non scontato l’appellativo che usi: “Formatrice di soft skills”. Ti va di parlarne nel dettaglio? Perché sono importanti le soft skills? Come possiamo renderci consapevoli di averle? Pensi che il contesto culturale e lavorativo in cui viviamo ci aiuti a valorizzarle? Se no, come pensi che potremmo migliorar e la nostra condizione?

 Mi sono focalizzata sulle soft skills perché credo intimamente facciano la differenza nella vita, non a caso si chiamano anche “life skills”. Sono tutte quelle competenze che difficilmente si misurano, si certificano, si referenziano, sono riferite al saper essere, “leggere” in contrasto con quelle “pesanti”- le hard skills – che sono invece riferite al saper fare, come sapere le lingue, conoscere il diritto, saper aggiustare un frigorifero, saper programmare il C++. Le soft skills sono abilità di tipo relazionale, emotivo, cognitivo che tutti utilizziamo nella vita di ogni giorno, e che, se ben sviluppate determinano sensibilmente una buona qualità di vita.

Due numeri in ambito aziendale: l’85% del successo lavorativo dipende dalle soft skills, solo il 15% dalle hard skills; l’89% delle assunzioni risulta deludente per carenze del nuovo assunto sulle Soft Skills. Più ci sentiamo efficaci, più siamo capaci di trovare soluzioni, più le nostre relazioni sono fluide, meno dobbiamo faticare per vivere, più le nostre soft skills sono elevate.

L’ambiente non è certamente favorente in questo momento in cui adulti, persone di riferimento, classe dirigente hanno acquisito stili personali e self made di certo poco funzionali e formativi, non sento oggi di poter dire che si possano acquisire soft skills con l’esperienza sul campo, specie se riflettiamo sul fatto che gran parte dell’apprendimento esperienziale avviene per emulazione. Forse sarà possibile per i miei nipoti, se per la generazione di mia figlia sarà scontato, come credo e spero, essere competenti anche sul soft. Certo è che la formazione soft non è come quella hard, non è sufficiente interiorizzare la teoria e mettere in pratica ciò che si è appreso: si tratta anche qui di un percorso personale, di affinamento, esercizio, applicazione continui. Ci sono diversi corsi ben fatti anche on line, i miei sono molto esperienziali, prestano grande attenzione alla sfera emotiva e propongono metodi guidati per mettere in pratica, finito il corso, le skills acquisite.

Il termine “sviluppo globale della persona” mi porta a pensare a più settori della vita in cui il cliente si è reso consapevole e per questo può provare soddisfazione. Ma aiutami tu, come ci si può arrivare? E cosa significa di preciso?

Ognuno di noi nasce sano, autonomo, capace, naturalmente proiettato verso il bene e la felicità. Tuttavia, i casi della vita possono danneggiare questa nostra predisposizione positiva. La crescita personale serve proprio a ritrovare la spinta originaria, senza farsi influenzare dall’altro da noi (non necessariamente persone, ma eventi, traumi, credenze, immagini distorte, pensieri disfunzionali ecc..). Quando parlo di vita piena, di ben-essere globale, mi riferisco ad una svolta della visione della salute complessiva, che la sposti dal concetto di assenza di patologia verso la presenza di fattori positivi. Quindi non assenza di fattori negativi ma presenza di fattori positivi. E’ una differenza abissale. MI riferisco inoltre al passaggio da un concetto di “benessere oggettivo, cioè la qualità della vita intesa come desiderabilità nei termini ad esempio di reddito, tempo libero, stato di salute…a un concetto di  “benessere soggettivo”, cioè la valutazione della propria vita e dei suoi tratti emotivi e cognitivi, delle reazione emotive agli eventi e alle considerazioni riguardo la soddisfazione sia per la propria singola vita in toto che e per i suoi singoli campi (lavoro, famiglia,  relazioni, ecc). In questa seconda accezione, il ben-essere diviene globale per la Persona, ed è la persona stessa ad esserne responsabile: è attivamente coinvolto nel processo di conquista e realizzazione in primis del senso di consapevolezza di sé, della propria autodeterminazione, della ricerca dello scopo nella propria esistenza, della capacità di recuperare di fronte ad eventi indesiderati, di essere socialmente competente, padroneggiare gli eventi. Questo tipo di crescita determina risultati fruibili in ogni dominio della vita, indistintamente, con un formidabile aumento del proprio ben-essere.

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