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Innovazione e impresa a partire dalle persone. Addio all’idea di perfezione che ci limita

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Innovazione e impresa a partire dalle persone. Addio all’idea di perfezione che ci limita

Intervista a Alessandra Lomonaco, CEO e founder di Huky srl Società Benefit

  • Madre e imprenditrice, sfatiamo questo mito che o si fa carriera o si fa una famiglia?

Assolutamente sfatiamo questa credenza che una donna debba scegliere tra lavoro e famiglia. Una donna è un essere complesso con capacità molto elevate, che crescono all’aumentare delle sue responsabilità. Pertanto una madre acquisisce delle “competenze” che trasferisce anche in ambito professionale: la gestione del proprio tempo,  la capacità di conciliare gli impegni familiari con quelli lavorativi, la comunicazione, l’empatia e la capacità di ascolto. Sono abilità che oggi vengono chiamate “soft skills” e che sono fondamentali nel mondo del lavoro.

È importante trovare nel proprio cammino compagni, colleghi e colleghe, amiche e una rete di relazioni in grado di dare supporto. In questo senso dobbiamo abbandonare l’idea della perfezione, perché questo ci blocca dall’intraprendere qualsiasi attività. La perfezione non esiste e Wonder Woman esiste solo nella fiction. Impariamo a chiedere aiuto quando ne abbiamo bisogno, a delegare e a farci sostituire in alcune incombenze domestiche quando il lavoro lo richiede. Prendiamoci un po’ meno sul serio e cerchiamo di goderci il viaggio, perché essere Donna, come scriveva Oriana Fallaci, è “un’avventura che richiede un tale coraggio, una sfida che non annoia mai”.

  • Start up, innovazione e impresa, in che ordine? E perché?

Innovazione, Impresa e Start up.

Innovazione perché è l’ambiente in cui far nascere progetti (di business, sociali, culturali ecc.). Infatti, oggi è fondamentale pensare, creare e sviluppare idee con una visione di insieme, capaci di includere le varie parti economiche e sociali in modo nuovo, sia in termini di strumenti (il digitale e la tecnologia sono grandi abilitatori di comunicazione, servizi, network) che di relazioni interpersonali e inter-organizzative. 

Le start up sono imprese a tutti gli effetti ed è per questo che le metto al terzo al posto, non certo per minore importanza. Come in una matrioska, il mondo delle imprese e del business  – in generale – ingloba anche quello delle start up.

  • Tra le tue passioni parli di connettere le persone, come pensi che sia possibile farlo? Cosa significa per te?

Il capitale più importante è rappresentato dalle relazioni che ognuno di noi riesce a costruire, valorizzare ed accrescere nel tempo. Questa rete di relazioni è il tessuto su cui crescere personalmente e professionalmente. Nessuno è un’isola, soprattutto in quest’epoca in cui i gradi di separazione tra le persone sono sempre più ravvicinati. Ognuno di noi, anche grazie ai social network, è molto più connesso ad altre persone di quanto non pensi. Diventa quindi fondamentale pensare a cosa siamo in grado di offrire agli altri: il network si costruisce proprio attraverso l’atto del dedicarsi agli altri, attraverso il proprio tempo, le proprie competenze e anche offrendo una connessione qualora possa risultare utile a qualcuno. Il networking si basa sulla reciprocità e sulla buona educazione, non dimentichiamolo mai. Quindi sbaglia chi pensa di utilizzare le proprie connessioni per scopi opportunistici. Al contrario, è la predisposizione alle relazioni e la disponibilità agli altri a renderci dei bravi networker, qualità sempre più importante in questi giorni.

  • Come hai dato vita alla società Huky srl  e come è nato Smartnetwork e cosa rappresenta?

Huky (https://huky.it/) è nata l’anno scorso, proprio durante i primi mesi di lockdown.

Il nostro scopo è aiutare le aziende a ripartire in questa fase attraverso il digitale, nuovi modelli di business, di comunicazione e strategie di branding. Siamo nati come Società Benefit perché crediamo in un modello di impresa responsabile e sostenibile da ogni punto di vista: ambientale, sociale e gestionale.

La crisi generata da questa pandemia ha fatto emergere il bisogno sempre più attuale da parte delle imprese di trasformazione verso un modello di impresa più responsabile verso la società, i lavoratori, i clienti, i fornitori e tutti i portatori di interessi. Il messaggio che vogliamo dare è che privilegiamo i servizi e i modelli di business di chi aiuta la comunità e il pianeta e che il mondo imprenditoriale, soprattutto di chi fa innovazione, deve cambiare in meglio.

Smartnetwork (https://huky.it/smartnetwork/) è nato nel 2021, a seguito di un’indagine che abbiamo condotto su come era vissuta l’esperienza del lavoro da remoto. Abbiamo messo insieme idee e suggerimenti e così è nato questo progetto, che vuole supportare le imprese ad avviare un vero smart-working lavorando su formazione, nuove competenze, strumenti digitali e benessere delle persone.

  • Quante e quali forme ha per te l’innovazione?

Innovare per me significa offrire dei prodotti o servizi capaci di migliorare la vita delle persone, delle aziende, delle famiglie. Non significa soltanto apportare una nuova tecnologia. Innovazione deve portare progresso, inteso in senso ampio come un avanzamento e un ampliamento della conoscenza, della condivisione e, in ultima analisi, del benessere economico e sociale.

L’innovazione, quindi, ha varie forme e non è limitata all’ambito del business. È soprattutto una nuova cultura del fare che deve essere più diffusa possibile per portare un cambiamento in ogni ambito: dalla pubblica amministrazione, al sistema educativo, dall’ambito scientifico alle imprese.

Non solo sostenibilità, ma anche Madagascar, futuro e consapevolezza

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Non solo sostenibilità, ma anche Madagascar, futuro e consapevolezza

Intervista con Pilar Pedrinelli, Global Public Engagement Manager & Sustainability Advocate @ Rainforest Alliance e Impact Innovation @ CISL Cambridge

Chi è Pilar e perchè ho deciso di intervistarla: è una giovane donna che seguo da anni su Instagram, mi ha sempre ispirato anche prima di iniziare le rispettive carriere lavorative.Ora lavora in una ONG dal respiro internazionale e tutte le sue scelte, a partire dagli studi, si sono basate sul contribuire al benessere della comunità. Poi un giorno si è innamorata del Madagascar e da lì la sua vita e la sua carriera hanno preso una strada ancora più decisa e innovativa.Le ho fatto qualche domanda per capire meglio come è arrivata a fare questo lavoro, che l’appassiona tanto e al tempo stesso contribuire al benessere della società.

Ciao Pilar, pensi che attraverso il tuo lavoro per Rainforest Alliance e il tuo impegno, sia possibile attuare un cambiamento positivo nel nostro Paese? Considerate anche tutte le agevolazioni del Recovery Fund.
Credo che il Ministro Cingolani (ministro della transizione ecologica) abbia centrato i tre focus principali che necessitano di riforme serie e veloci:

  1. la tutela della natura, del territorio e del mare,
  2. la transizione ecologica
  3.  l’interdipendenza della sfida climatica ed energetica.

Quello su cui vorrei che ci focalizzassimo di più però è l’intersezione tra diritti umani e la crisi climatica, credo che in questo piano sia purtroppo ancora carente, come carenti sono le protezioni da un punto di vista legislativo e anche da un punto di vista sociale. Non credo che sia stata raggiunta una conoscenza e comprensione tale, specialmente in Italia, di quanto siano legati il benessere sociale e il benessere ambientale, e come uno dipendi dall’altro.

Per quanto riguarda il mio lavoro, in questo momento mi sto occupando di COP2 (26a Conferenza delle Parti sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite) di cui l’Italia farà il co-host insieme a UK) e lo facciamo impreparati, come Europa e come mondo. Se guardiamo al report di sintesi del UNFCCC, che ha valutato gli NDC (Nationally Determined Contributions, NDCs) che i diversi paesi hanno presentato quest’anno, vediamo che mentre la scienza è chiara, “per limitare l’aumento della temperatura globale a 1,5 °C, dobbiamo ridurre le emissioni globali del 45% entro il 2030 dai livelli del 2010”, le proposte attuali di riduzione delle emissioni dei diversi Paesi evidenziano una riduzione solo dell’1%. Ciò significa un divario del 44%. Enorme.

Ho visto che hai fatto diversi percorsi di studio, per questo ti chiedo, per aiutare anche i più giovani, come hai scelto il tuo percorso? Sapevi già cosa avresti voluto fare?

È ancora difficile capire veramente quali tipi di carriera siano disponibili in questo campo. In business school il successo era: devi diventare un consulente, lavorare nella finanza, o un manager in una grande azienda..etc. (quando la cambiamo questa visione?). E quindi ho sentito che potevo entrare a far parte di una realtà con un programma di sostenibilità buono e con una dimensione tale da creare davvero un buon impatto.

Le NGOs al momento stanno reclutando tantissimo per diversità di formazione e di lavoro, idealmente chi abbia avuto esperienza anche nel privato.

Il mio percorso fino a qui è stato pieno di privilegi, l’unica “minoranza” di cui faccio parte è quella dell’essere donna, quindi sono cresciuta in un mondo in cui quello che avevo da dire era per lo più ascoltato e prestato d’attenzione. Sono cresciuta circondata dall’amore per la comunità e ho imparato fin da piccola il potere della collettività e delle organizzazioni di base, beneficiando al contempo della diversità della mia educazione e dei miei spostamenti avanti e indietro della mia età adulta. E quindi sapevo che qualunque cosa stavo per fare doveva essere in qualche modo collegata all’aiutare le comunità. Il Madagascar ha poi cambiato la mia vita ed è così che sono arrivata al mio lavoro attuale a The Rainforest Alliance, una ONG internazionale che lavora all’intersezione tra business, agricoltura e foreste con l’obiettivo di sostenere gli agricoltori e le comunità forestali in aree come il cambiamento climatico e i diritti umani.

Hai menzionato alcune volte il lavoro in Madagascar. Ti va di parlarcene meglio? Cosa succede lì?

Ogni volta che sento parlare del Madagascar i miei occhi si illuminano. Per darvi un’istantanea del progetto che stavo conducendo lì , Vanilla for Change, abbiamo raggiunto oltre 60.000 persone, affrontando alcune delle principali problematiche che interessano il paese. Le aree chiave su cui abbiamo lavorato, che potrebbero produrre un impatto duraturo e migliorare la vita delle comunità locale sono state:

  1. migliorare la resilienza (letteralmente a qualsiasi cosa, dallo shock del reddito al cambiamento climatico)
  2. migliorare le infrastrutture sanitarie e educative
  3. ridurre il trasferimento intergenerazionale della povertà
  4. contribuire all’apprendimento a livello di settore in modo che tutti nell’ambito possiamo migliorare a livello di interventi, strategie e supporto.

Penso che l’unica cosa importante da dire del Madagascar qui sia che più di quanto potessi contribuire localmente, questo posto ha semplicemente cambiato la mia vita. Le persone lì lo hanno fatto. È lì che ho scoperto il mio scopo. Quando sono atterrata in questo aeroporto non più grande di un piccolo magazzino nella parte settentrionale dell’isola, nella regione SAVA, ero come se volessi farlo per sempre. È qui che mi sono detta voglio concentrare la mia carriera in questo ambito, se mi vengono fornite le competenze che potrebbero aiutare a risolvere questi problemi, voglio metterle a frutto.

Sei attiva anche sui social network, come se ne può fare un buon uso quando si cominciano a ricoprire ruoli di responsabilità, come è il tuo per Rainforest Alliance?
La cosa secondo me fondamentale, quando si parla di sostenibilità è parlarne con cognizione di causa. Perché se quando commentiamo contribuiamo a diffondere “fake news” stiamo veramente migliorando la situazione? Questo in realtà su qualsiasi argomento, e a maggior ragione quando la nostra piattaforma comincia ad avere un certo following.

Il generale consiglio invece riguardo chi ci vuole vendere un’unica soluzione alle problematiche mondiali, specialmente sulla sostenibilità è: scappate. Non c’è una singola soluzione che possa essere applicata uniformemente ai diversi ambiti della sostenibilità, ambientale e sociale e che sia in grado di considerare i diversi contributi delle comunità dei Paesi del Sud del Mondo e i principali inquinatori, quelli del Nord. Questo non significa non sbagliare, tutti sbagliamo in questo ambito, ma essere consapevoli ed aperti al confronto e anche riconoscere i propri sbagli.

Il dare un’unica soluzione è un modo molto iniquo di vedere il mondo come se tutti avessero le stesse capacità, le stesse opportunità, lo stesso grado di responsabilità in questa crisi e potessero mobilitarsi nello stesso modo.

È importante trovare un modo per sentire che stiamo facendo la nostra parte, perché in realtà è così che avviene il cambiamento sistemico: quando ogni individuo contribuisce a un movimento collettivo che è in grado di cambiare le cose, sia dal punto di vista sociale che di mercato.

Perchè il parto non è quell’evento traumatico che spesso ci fanno credere? Come può essere dolce e positivo? Hypnobirthing chi?

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Perchè il parto non è quell’evento traumatico che spesso ci fanno credere? Come può essere dolce e positivo? Hypnobirthing chi?

Intervista a Luana Corbellini, insegnante di Hypnobirthing Il Parto Positivo e Consulente alla pari in allattamento.

In uno dei tuoi post ci parli di come i corpi delle donne sappiano partorire, ma precisi anche che “la nostra cultura si è fatta prendere un po’ troppo la mano con questi interventi, che spesso non sono così necessari.” Cosa intendi nello specifico? Come si fa a riscoprirlo? E cosa secondo te ha portato a questo allontanamento della donna dalla consapevolezza, si può dire, del potenziale del proprio corpo?

Le linee guida dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), ci dicono che il tasso di induzione al parto non dovrebbe superare il 10% in alcuna area geografica. In Italia questa percentuale raggiunge il doppio e sale ulteriormente per i parti con taglio cesareo.

Viviamo in una cultura in cui la gravidanza e il parto sono diventati eventi estremamente medicalizzati e questo ha contribuito in modo considerevole ad allontanare la donna dall’ascolto di ciò che sta accadendo al proprio corpo e alla propria mente in un periodo così speciale della sua vita.

Per ri-scoprire il potenziale del nostro corpo di donne che sanno dare la vita, abbiamo bisogno di scegliere con cura i professionisti che ci assistono durante la gravidanza e il parto. È fondamentale che siano persone che abbiano a cuore la fisiologia di questi processi e che sappiano riconoscere quando è necessario un intervento di tipo medico (che siamo estremamente grate di avere a disposizione) e quando invece, come nella maggior parte dei casi trattandosi di eventi naturali nella vita di una donna, ci sia “solo” bisogno di corretta informazione, suppporto e assistenza professionale.

Molte donne faticano a capire come sia possibile partorire e non riescono ad avere con il loro corpo un rapporto tale per percepire il parto come una cosa normale. Cosa ti sentiresti di consigliare a queste donne?

La gravidanza e il parto per la donna sono processi di grande trasformazione di se’: corpo e mente si modificano (letteralmente!) per far spazio ad una nuova persona che cresce all’interno. L’utero che prima era un organo piccolino e vuoto, ora contiene un nuovo essere umano. Alcune aree del cervello della mamma poi,si modificano per riuscire a comprendere meglio i bisogni del bambino che nascerà. Se non succedesse da millenni ci sembrerebbe fantascienza!

Invece, proprio il fatto che succeda da millenni, ci fa capire che il corpo della donna è costruito per crescere un nuovo essere umano prima, e partorirlo poi.

A queste donne consiglierei di provare a chiedersi “ Che cosa mi spaventa del parto? Forse il dolore? Il cambiamento del mio corpo? L’idea che ho di questo evento?” Non esistono risposte giuste o sbagliate, l’importante è l’ascolto di noi stesse. 

Anche provare ad entrare più in confidenza con il proprio corpo attraverso esercizi di respirazione può essere un aiuto per prendere consapevolezza di quanto corpo e mente lavorino mano nella mano e acquisire quindi più fiducia in questo evento.

Cosa vuoi dirci quando affermi che la maternità ti ha “portato giorno dopo giorno sempre più vicina a me stessa”?

Sento che gravidanza, parto e maternità abbiamo soffiato via strati di polvere che si erano depositati dentro di me negli anni. Ho rivisto da subito quali fossero per me le priorità e soprattutto ho sentito di avere molto più coraggio nel difenderle. Non è sempre semplice, ma sicuramente sono felice di sentirmi più autentica.

In cosa consiste l’hypnobirthing? Mi sembra di capire, e dimmi se sbaglio, che per te il dolore non è l’ostacolo, bensì a influire sul parto è la paura o meno della futura madre. Giusto? Come si può non avere paura? Soprattutto per chi partorisce per la prima vota e non ha idea di come il suo corpo risponderà. O non si sente capace perché magari nessuno è mai riuscito a parlargliene in modo che si sentisse coinvolta.

L’Hypnobirthing è un approccio dal nome un po’ strano, che però può essere molto utile nella gestione della paura e del dolore al parto. È bene chiarire che non si tratta di ipnosi, ma di rilassamenti profondi** e tecniche di respirazione, che uniti a visualizzazioni e affermazioni positive permettono di arrivare al momento del parto calme, positive e fiduciose.

Secondo l’Hypnobirthing il primo nemico del parto non è il dolore, ma la paura. Infatti una donna che arriva a questo momento carica di ansia e tensione, produce ormoni (come l’adrenalina) che rilasciati in modo costante vanno ad ostacolare il processo del parto aumentando anche la percezione del dolore.

Una donna che invece arriva al parto calma e positiva, produce ormoni (come l’ossitocina, chiamato l’ormone dell’amore e le endorfine, i nostri antidolorifici naturali) che sono esattamente quelli di cui il corpo ha bisogno in quel momento e che quindi facilitano e supportano tutto il processo.

Purtroppo la nostra cultura non ci prepara ad arrivare rilassate al momento del parto: siamo cresciute guardando scene di parto nei film in tv all’insegna della fretta, del dolore e della paura (e dei papà che svengono!), uniti a racconti dell’orrore di vicine di casa o conoscenti. Con un background di questo tipo, il nostro cervello, e di conseguenza il nostro corpo, si sono programmati per vivere il parto in questo modo. 

Ma il parto può essere ben diverso!

Le donne non devono imparare a partorire, i loro corpi lo fanno da sempre. Quello che può essere utile è ri-scoprire questa capacità.

**Durante un rilassamento si rimane vigili e coscienti, seppur in uno stato di calma profonda. Non è necessario alcun terapeuta per la pratica: una volta appresa la tecnica, la mamma può praticare in autonomia in gravidanza e al parto. 

Quando inizia secondo te la preparazione di una donna alla maternità? Ti confesso che mi capita di pensare che inizi molto prima di rimanere incinta. Ma lascio la parola a te, che sei sicuramente molto più esperta di me.

Credo che sia un aspetto molto soggettivo. Certamente una preparazione informata può essere fondamentale per vivere in modo consapevole questo momento. La maternità è un periodo naturale nella vita di una donna, ma come abbiamo detto, è anche un periodo di grande trasformazione di se’, del rapporto con il partner e con l’intera famiglia. Il tutto mentre si ha un nuovo cucciolo di cui prendersi cura: si può fare e siamo fatte per farlo, ma se conosciamo le nostre risorse e conosciamo gli strumenti a nostra disposizione, può diventare tutto molto più semplice. E anche più bello!

Il lato b del marketing

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Il lato b del marketing

Intervista a Ginevra Candidi, creatrice de @illatobdelmarketing

Come è nato il lato b del marketing?

ll progetto de Il lato b del marketing è nato da una necessità di novità dal marketing tradizionale.

Non mi sentivo rappresentata da come la pubblicità descriveva le persone, tramite una comunicazione ricca di stereotipi e banalizzazioni. Guardare le campagne o ricevere comunicazioni di marketing a volte mi buttava giù, non mi sentivo capita. Da questo, ho pensato: ma se non mi sento capita io, chissà quante persone come me non si rivedono nella narrazione mainstream dei brand? Ho quindi creato il lato b del marketing, un progetto per raccontare la comunicazione che ci meritiamo: senza stereotipi e pregiudizi, ma sempre d’impatto. Analizzo sia campagne positive che mostrano come fare comunicazione in modo efficace, sia case study negativi da cui dobbiamo allontanarci perché ricchi di stereotipi antiquati.

Quanto di te c’è in questo progetto?

Nel progetto ci sono molte parti di me. Tengo molto alle parole e cerco sempre di usare quelle giuste (a volte sbagliando, come tutt*). Ma oltre alle parole, è sempre stato importante per me avere una grafica che rispecchiasse chi sono: una persona allegra, a volte tendente al trash (nel senso positivo del termine), appassionata di cultura popolare e molto curiosa. Spero che queste cose siano evidenti nel profilo e il mio obiettivo è rendere il lato b uno spazio sicuro per me e per molte altre persone, sempre all’insegna di un po’ di pop!

Guardando indietro nel tempo avresti mai detto sarebbe stato possibile creare tutto questo? 

Non mi sarei aspettata un grande seguito onestamente. Invece, da quando è nato il progetto ad agosto 2020, la community è diventata davvero forte: parliamo spesso in privato o nei commenti e c’è un grande sostegno al progetto. C’è ancora molto da migliorare e da imparare, ma vedo un futuro interessante per il lato b!

Che consigli ti senti di dare a chi vorrebbe dare vita a un progetto personale ma non sa da dove iniziare?

Studiate e buttatevi. Seguite persone esperte nel settore, fatevi un’idea generale su come è meglio procedere e poi buttatevi! Molte cose si imparano sul campo, si “raddrizza” il tiro volta per volta e si migliora passo passo. Ma non scordatevi di avere un obiettivo in mente: è importante per non perdersi nel percorso. A volte può essere scoraggiante e demotivante, ma se è chiaro dove si vuole arrivare, la strada sarà piena di cose belle e divertenti!

Ho visto che a maggio ci sarà un evento a Roma e online per le donne del digital. Di cosa parlerà e come è nata l’idea? Lato pratico, invece, è stato difficile crearlo?  

L’evento è organizzato da Chiara Landi e Noemi Giammusso. Solitamente, negli eventi, workshop o webinar di marketing gli speaker sono quasi tutti uomini. Social Women Talk vuole invertire la rotta: si tratta di un evento di marketing femminista, che mette al centro le professioniste del digitale in un panorama in cui, troppo spesso, le donne non hanno palchi su cui salire o occasioni per far ascoltare la propria voce. Sarà un evento con 12 speaker dove si parlerà di social media marketing, copywriting, personal brand e tanto altro legato al marketing. L’evento avrà anche un taglio pratico: si potrà partecipare a workshop e sale formative per imparare e mettersi in discussione. 

L’evento si terrà a Roma e online il 21 maggio, potete acquistare il biglietto su www.socialwomentalk.it

Counselor: il dietro le quinte

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Counselor: il dietro le quinte

Intervista a Daniela Traggiai, Manager IT, Counselor e Formatrice di soft skills

Parli del tuo percorso formativo, come di un percorso prima di tutto personale. A chi ti sentiresti di consigliarlo? Quali erano le tue aspettative quando hai iniziato?

No, non sbagli, è proprio così. E inizio con l’affermare che dovrebbe essere così per ogni buon Counselor. Una formazione che sia veramente valida non può prescindere da un lungo e profondo viaggio di crescita e conoscenza interiore. Per aiutare gli altri, bisogna prima “mettere in ordine” se stessi. Dobbiamo invece essere pronti e strutturati per accogliere i suoi punti di debolezza, sostenerli e accettarli senza giudizio. Non possiamo farlo se non ci siamo dapprima “ripuliti”, andremmo a fondo insieme.

Sebbene provenga da “lontano” (una laurea in economia, un master attinente e un lavoro in azienda e prima ancora la consulenza aziendale), sono, da sempre, interessata alle dinamiche del comportamento umano, Mi sono data il permesso di ascoltare in modo diverso quel brusio che da tempo mi ronzava in testa, senza più allontanarlo e accogliendolo pienamente.

Avevo bisogno di svoltare, sentivo che qualcosa non andava, ero prigioniera e insoddisfatta, tutto andava bene, apparentemente, lavoro, salute famiglia, eppure era come se mi stessi guardando vivere invece di vivere, come se stessi recitando una parte. Nessuno comprendeva la mia spinta, “cosa c’è da capire? Cosa c’è da migliorare?” Mi dicevano… hanno realizzato solo 4 o 5 anni dopo quando sono riemersa in modo diverso, quando è riemersa la vera me senza più tutte quelle convinzioni limitanti. Un percorso doloroso, assolutamente si, ma che certamente mi ha cambiato la vita e ha cambiato quella delle persone cui voglio bene.

Certamente è un percorso per coraggiosi, non è da tutti, si entra in contatto con parti di noi che non vogliamo vedere, si comprende quanto dolore ciascuno di noi ha sofferto nell’infanzia, si riaprono ferite che avevamo, volenti o nolenti, chiuso consciamente. Si riscoprono poi tutte quelle risorse che ci eravamo dimenticati di possedere.

Cosa intendi per “convinzioni limitanti”? Come riconoscerle?

Le convinzioni limitanti sono una trappola per la nostra mente e, di fatto, limitano o impediscono il nostro sviluppo personale, sono un ostacolo alla libera espressione e realizzazione del nostro vero Sé, una coperta buttata sopra al fuoco della nostra naturale tendenza al miglioramento e alla crescita. Sono nostre certezze, ferme, indiscutibili, che non necessariamente rappresentano verità, e dalle quale siamo continuamente condizionati. Le convinzioni autolimitanti ci spingono ad agire in un determinato modo, ciò di cui siamo convinti ci predispone ad assumere un atteggiamento, a fare delle scelte che indurranno inevitabilmente la conferma della convinzione. Una mia tipica convinzione autolimitante era “se accade qualcosa di bello, allora succederà presto una catastrofe”, puoi immaginare quanto sia limitante questo pensiero, nella misura in cui ci si vieta di gioire, di far accadere avvenimenti positivi, di essere felici in generale. Un vero auto sabotaggio. Il percorso personale aiuta moltissimo a liberarsi di tali credenze e convinzioni soprattutto mediante il senso di autoefficacia: la fiducia che ogni persona ha nelle proprie capacità di ottenere effetti voluti con la propria azione, poiché è l’autoefficacia che crea il comportamento e non viceversa.

Visto il contesto aziendale in cui lavori, pensi che questa situazione di “ambiente facilitante” che il Counseling crea, possa essere portata in azienda? E se sì, come?

Questa domanda mi offre la possibilità di parlare del mio sogno, della tessera che manca al mio puzzle. Portare la cultura del Counseling in azienda, formare Manager Counselor e dare vita a una nuova classe dirigente felice, con dipendenti felici, nel vero senso della parola. La dimensione del fare (possibilmente in modo perfetto ed entro ieri) dell’efficienza, della produttività a ogni costo impedisce alle aziende di “vedere” le proprie Persone, e di considerarle come tali, con la vista olistica (nel senso di omnicomprensiva) che meriterebbero. Messo un piede in azienda, tutti diventiamo impermeabili alla sfera dell’essere, diventiamo bravissimi a non vedere il mondo interiore dell’altro, la condizione di libertà emotiva che il Counseling promuove è totalmente assente. Un miglioramento delle condizioni di ben-essere dei singoli individui, e quindi del gruppo lavorativo, equivalga anche a un sicuro miglioramento delle performance. E’ “robetta che non serve”. Lavorare da manager con la consapevolezza del Counselor, guardare dall’esterno la vita in azienda e saper individuare le aree critiche e immaginarne le soluzioni è talvolta frustrante e dicotomico. Tanto da domandarsi giornalmente dove finisca la consapevolezza aziendale e dove inizi la finzione. L’unico conforto estemporaneo è portare individualmente un po’ del modo di essere del  Counselor, verificare qualche piccolo miglioramento positivo, potenziare nel mio piccolo qualche relazione, ascoltare profondamente il mio interlocutore e osservarlo mentre, per una volta, entra in contatto con se stesso, si sente valorizzato e per magia si libera di qualche fardello, per poi acquisire all’improvviso la consapevolezza di essere una mosca bianca, di non avere alcun potere di cambiare radicalmente le cose. Parlo di questo conflitto brevemente anche nel mio libro, che descrive un viaggio nella mente umana ai tempi della realtà virtuale, condotto dalle mie tre schizofreniche anime, quella del Manager, quella del Counselor e quella della mamma di una Zoomer. (“La mente umana nel web. Motivazioni, bisogni e inganni alla base della social presence” – Amazon, autopubblicazione).

Trovo interessante e non scontato l’appellativo che usi: “Formatrice di soft skills”. Ti va di parlarne nel dettaglio? Perché sono importanti le soft skills? Come possiamo renderci consapevoli di averle? Pensi che il contesto culturale e lavorativo in cui viviamo ci aiuti a valorizzarle? Se no, come pensi che potremmo migliorar e la nostra condizione?

 Mi sono focalizzata sulle soft skills perché credo intimamente facciano la differenza nella vita, non a caso si chiamano anche “life skills”. Sono tutte quelle competenze che difficilmente si misurano, si certificano, si referenziano, sono riferite al saper essere, “leggere” in contrasto con quelle “pesanti”- le hard skills – che sono invece riferite al saper fare, come sapere le lingue, conoscere il diritto, saper aggiustare un frigorifero, saper programmare il C++. Le soft skills sono abilità di tipo relazionale, emotivo, cognitivo che tutti utilizziamo nella vita di ogni giorno, e che, se ben sviluppate determinano sensibilmente una buona qualità di vita.

Due numeri in ambito aziendale: l’85% del successo lavorativo dipende dalle soft skills, solo il 15% dalle hard skills; l’89% delle assunzioni risulta deludente per carenze del nuovo assunto sulle Soft Skills. Più ci sentiamo efficaci, più siamo capaci di trovare soluzioni, più le nostre relazioni sono fluide, meno dobbiamo faticare per vivere, più le nostre soft skills sono elevate.

L’ambiente non è certamente favorente in questo momento in cui adulti, persone di riferimento, classe dirigente hanno acquisito stili personali e self made di certo poco funzionali e formativi, non sento oggi di poter dire che si possano acquisire soft skills con l’esperienza sul campo, specie se riflettiamo sul fatto che gran parte dell’apprendimento esperienziale avviene per emulazione. Forse sarà possibile per i miei nipoti, se per la generazione di mia figlia sarà scontato, come credo e spero, essere competenti anche sul soft. Certo è che la formazione soft non è come quella hard, non è sufficiente interiorizzare la teoria e mettere in pratica ciò che si è appreso: si tratta anche qui di un percorso personale, di affinamento, esercizio, applicazione continui. Ci sono diversi corsi ben fatti anche on line, i miei sono molto esperienziali, prestano grande attenzione alla sfera emotiva e propongono metodi guidati per mettere in pratica, finito il corso, le skills acquisite.

Il termine “sviluppo globale della persona” mi porta a pensare a più settori della vita in cui il cliente si è reso consapevole e per questo può provare soddisfazione. Ma aiutami tu, come ci si può arrivare? E cosa significa di preciso?

Ognuno di noi nasce sano, autonomo, capace, naturalmente proiettato verso il bene e la felicità. Tuttavia, i casi della vita possono danneggiare questa nostra predisposizione positiva. La crescita personale serve proprio a ritrovare la spinta originaria, senza farsi influenzare dall’altro da noi (non necessariamente persone, ma eventi, traumi, credenze, immagini distorte, pensieri disfunzionali ecc..). Quando parlo di vita piena, di ben-essere globale, mi riferisco ad una svolta della visione della salute complessiva, che la sposti dal concetto di assenza di patologia verso la presenza di fattori positivi. Quindi non assenza di fattori negativi ma presenza di fattori positivi. E’ una differenza abissale. MI riferisco inoltre al passaggio da un concetto di “benessere oggettivo, cioè la qualità della vita intesa come desiderabilità nei termini ad esempio di reddito, tempo libero, stato di salute…a un concetto di  “benessere soggettivo”, cioè la valutazione della propria vita e dei suoi tratti emotivi e cognitivi, delle reazione emotive agli eventi e alle considerazioni riguardo la soddisfazione sia per la propria singola vita in toto che e per i suoi singoli campi (lavoro, famiglia,  relazioni, ecc). In questa seconda accezione, il ben-essere diviene globale per la Persona, ed è la persona stessa ad esserne responsabile: è attivamente coinvolto nel processo di conquista e realizzazione in primis del senso di consapevolezza di sé, della propria autodeterminazione, della ricerca dello scopo nella propria esistenza, della capacità di recuperare di fronte ad eventi indesiderati, di essere socialmente competente, padroneggiare gli eventi. Questo tipo di crescita determina risultati fruibili in ogni dominio della vita, indistintamente, con un formidabile aumento del proprio ben-essere.

Klima: l’app che con un clic riduce le emissioni di CO2

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Klima: l’app che con un clic riduce le emissioni di CO2

Il 10 dicembre è uscita l’app Klima, creata da un team di designer, ingegneri e changemaker, con l’obiettivo di contrastare il cambiamento climatico.

L’app dal design semplice, è intuitiva e divertente da usare.

Innanzitutto dopo averla scaricata si entra in quella che è a tutti gli effetti una foresta virtuale, e nell’immediato siamo invitati a “Lasciare la nostra impronta ecologica”, che consiste nel contribuire ai progetti di klima.com.

I progetti si dividono in tre categorie principali, si va da quelli che riguardano la natura, a quelli che si occupano di questioni sociali e passando per progetti che hanno come obiettivo la sostituzione dei combustibili fossili con l’energia solare.

Prima ancora di scegliere a quale progetto aderire, ci viene data la possibilità di prendere consapevolezza di quella che è la nostra emissione annua di CO2. Come lo capiamo?

Attraverso un breve test iniziale, basato su alcuni criteri come le abitudini alimentari o il tipo di mezzo che usiamo più spesso per muoverci. Ovviamente chi utilizza la bici, rispetto alla macchina, avrà un’incidenza nettamente inferiore sull’ambiente.

Una volta presa consapevolezza di quanto il nostro stile di vita influisca sulle emissioni di CO2, ci viene chiesto come vogliamo contribuire per neutralizzarle. Piantando più alberi? O sostituendo le centrali elettriche a carbone? A questo proposito c’è, per esempio, il pluripremiato progetto solare in Sud Africa, che consiste nel raccogliere l’energia solare disponibile per generare elettricità pulita e sicura. Nella scheda del progetto è possibile leggere quali sono i benefici non solo ambientali, ma anche sociali, che vanno dal generare elettricità pulita e sicura al miglioramento delle infrastrutture scolastiche, fino allo sviluppo delle strutture sanitarie.

Continuando a navigare nell’app, veniamo a conoscenza di come quasi la metà del mondo cucini ancora a fuoco aperto, il che non è solo un male per il pianeta, ma anche per le vite umane. L’inquinamento atmosferico da stufe a legna inefficienti contribuisce a milioni di morti ogni anno. Queste stufe pulite, sviluppate con la comunità, bruciano in modo efficiente con meno carburante, proteggendo così le persone e il pianeta.

L’obiettivo dell’app non è solo quello di ridurre le emissioni di CO2, ma anche di renderci consapevoli di qual è il nostro ruolo nel grande disegno del cambiamento climatico.

È pertanto fondamentale il contributo di ognuno di noi nel capire e nell’agire, in questo caso comodamente dal divano di casa, per rendere più vivibile e sostenibile il posto in cui vivo.

INCHIESTE: “I FILI DELL’ODIO” chi li tesse?

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INCHIESTE: “I FILI DELL’ODIO” chi li tesse?

Recensione della docu-inchiesta, tutta italiana, che tratta il delicato e intricato tema degli haters, nei meandri del web.

L’odio online nei confronti delle donne, è il tema con cui parte il documentario, con due testimonianze celebri come quelle di Michela Murgia e Laura Boldrini.

Michela, fin da subito sottolinea come anche la persona più forte, finirà per soffrirne perché “a tutti interessa cosa gli altri pensano di noi.”

Laura invece, ricorda come Salvini l’abbia resa capro espiatorio di ogni (presunto) problema relativo all’immigrazione, con l’hashtag #risorseboldriniane.

Un Matteo Salvini che si fa promotore di un linguaggio basato sull’odio.

Infatti sembra proprio che il problema non sia l’odio dilagante di questi tempi, ma la legittimazione dello stesso.

Michela, autrice non solo di romanzi, ma anche del podcast Morgana” che consiglio a tutti di iniziare ad ascoltare, ricorda anche come le donne di oggi siano spesso state (dis)educate ad essere sempre gentili ed accondiscendenti: “Hai detto grazie?” “Non fare il broncio” “Sorridi che sei più bella” e ancora: “Non farti vedere arrabbiata”.

Passiamo poi al razzismo e nel dettaglio all’antisemitismo, realtà che ha visto aumentare quasi del 25% i tweet che incitano all’odio, rispetto al 2015.

Come riporta Alex Orlowski, esperto di propaganda online e di analisi:

“Le grandi multinazionali possono decidere le sorti di un paese attraverso i social media e i loro algoritmi”.

Esistono vere e proprie centrali della propaganda, che rendono possibile l’amplificazione del messaggio che voglio far arrivare.

L’algoritmo funziona proprio così: più persone raccontano quella storia più quella storia diventa vera, anche quando è decisamente falsa.

Torniamo agli algoritmi, il cui obiettivo consiste, come spiega Matteo Flora, esperto di reputazione online, nel catturare il tesoro più prezioso di questi tempi: l’attenzione del consumatore.

Impossibile a questo punto non paragonare i “Fili dell’odio” a un’altra inchiesta famosa di questo periodo: “The Social Dilemma”.

In entrambi i casi veniamo messi in guardia dal potenziale dei social media e dall’uso che ne viene fatto, in un’ottica non troppo positiva.

Interessante notare come venga evidenziato che a utilizzare i social per far propaganda politica in Italia, ma anche all’estero, siano soprattutto i sovranisti, mentre la parte democratica del mondo non sembra avere ancora dimestichezza con questo sistema (o forse non vuole credere che ormai si faccia propaganda così).

La Murgia ci ricorda poi, come in un paese democratico dissentire non è assolutamente un problema, ma in un paese con “una democrazia impoverita”, come quella italiana, questo da adito a “un’emotività senza disciplina”

Sembra che i tempi siano maturi per educare le persone a reperire le giuste fonti e saperle verificare.

E per finire, Liliana Segre, ci ammonisce così:

Ai giovani bisogna offrire la forza della vita. Giovani che sono mortificati dalla mancanza di lavoro. Mortificati dai vizi che ricevono dai loro genitori.”

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C40 e la ripresa verde a partire dalle persone

Considerato il periodo in cui viviamo, stiamo apprezzando sempre di più il contatto con la natura e un ritmo di vita più sostenibile. Non si parla solo di raccolta differenziata o di consumare meno plastica, ma anche di diventare sempre più consapevoli di quanto il rispetto per l’ambiente sia collegato al rispetto per le persone. 

Una delle realtà a livello mondiale, che si sta occupando di questo e che se occupa ormai da tempo, dal 2005, è C40.

C40 è una rete composta oggi da ben 97 grandi città. Quando è nata, per iniziativa del sindaco di Londra Ken Livingston, erano 40 (da lì la scelta del nome). 

L’obiettivo del network C40 consiste nel supportare le città a collaborare e condividere conoscenze e compiere azioni volte ad affrontare il cambiamento climatico.

L’urgenza di rispondere al cambiamento climatico, soprattutto nei centri urbani continua ad aumentare, e con essa anche l’esigenza di interventi significativi. 

Le stesse Milano, Roma e Venezia fanno parte della rete e proprio quest’anno il sindaco di Milano Giuseppe Sala ha presentato il piano per una ripresa sostenibile. 

Sembra che soprattutto le metropoli abbiano un ruolo fondamentale nel cambiamento climatico, in quanto sono le maggiori produttrici di emissioni di gas serra, ad esempio quelle che fanno parte della rete C40 sono responsabili del 25% sul totale globale. 

Di recente infatti, C40 ha scritto un report in cui invita a una ripresa verde. Nel report i ricercatori spiegano come una ripresa verde e giusta sia in grado di creare oltre 50 milioni di posti di lavoro tra le quasi cento città della rete C40 e la loro filiera. Circa un terzo in più rispetto a quelli che verrebbero generati mantenendo le infrastrutture attuali. 

Con una ricostruzione verde, secondo i ricercatori, i gas serra potrebbero dimezzarsi tra il 2020 e il 2030, fino a riuscire a contenere l’aumento delle temperature medie globali entro gli 1,5 gradi centigradi rispetto ai livelli preindustriali. 

Le iniziative per un futuro sostenibile sono sempre di più e sempre di più a prenderne parte non sono solo i giovanissimi, questo sembra essere un buon segnale.