Persone

CHI DECIDE COSA è NORMALE?

Perchè la salute fisica gode di una maggiore considerazione di quella mentale? Perché a tutti i costi vogliamo rientrare in quei canoni di normalità che ci fanno sentire integrati, ma al tempo stesso non ci consentono di esprimerci per chi davvero siamo?

Ho avuto il piacere di discutere di questo e apprendere nuove informazioni con Elena Scherini, dottoressa in Psicologia clinica e Neuropsicologia. Riporto di seguito la nostra intervista: 

Cosa significa salute mentale dal punto di vista medico?

Fino al 1998 il concetto di salute veniva definito come assenza del suo contrario: la malattia e la salute mentale veniva definita di conseguenza come “assenza di malattia mentale”.

Successivamente, rendendosi conto che questo tipo di definizione non era esaustiva è stata modificata, in senso migliorativo e maggiormente comprensivo: la salute, secondo OMS diventa “uno stato dinamico di completo benessere fisico, mentale, sociale e spirituale, non mera assenza di malattia.”

Oggi la salute mentale viene definita una componente essenziale della salute in generale, la si definisce “uno stato di benessere nel quale una persona può realizzarsi, superare le tensioni della vita quotidiana, svolgere un lavoro produttivo e contribuire alla vita della propria comunità”

Il benessere mentale è la condizione in cui si vive quando esiste un buon livello di soddisfazione dei bisogni, insieme a una soddisfacente qualità della vita composta da equilibrio, serenità, tranquillità, accettazione del proprio stato individuale e sociale, accompagnate da curiosità e spirito di iniziativa. Certamente non è una condizione che si raggiunge una volta per tutte e per tutti uguale: nelle alterne situazioni dell’esistenza, il benessere mentale è l’obiettivo verso cui l’individuo tende costantemente.

Secondo te in Italia diamo la giusta importanza alla tutela della salute mentale?

Purtroppo, la risposta è no e la situazione attuale non è che una conferma.
Si sono dovuti aspettare mesi prima di avere un timido accenno alla tematica della salute mentale, a cui il nostro Presidente ha fatto riferimento prevalentemente in termini generalizzati di disagio psicologico, senza approfondire e considerare le numerose altre problematiche che la situazione emergenziale sta slatentizzando in soggetti già vulnerabili e lo stress intenso al quale ci sottopone in questa situazione di trauma collettivo.

Nel frattempo ci eravamo già mossi, fin dal primo lockdown i cittadini si sono rivolti a noi, ai numerosi servizi, anche gratuiti, che sono stati offerti dai professionisti nel privato e nel pubblico: basti citare l’hastag #lopsicologotiaiuta, connesso al numero di telefono dedicato all’ascolto e al supporto psicologico per cittadini e operatori sanitari colpiti dall’emergenza in corso.

Singoli e famiglie si sono confrontati improvvisamente con l’isolamento, le difficoltà di gestione della nuova situazione, inerenti ad esempio alla difficoltà di comunicare e vivere l’emergenza con i propri figli bambini o adolescenti, evitando di accrescere i disagi e le tensioni. Molti sono stati i webinar gratuiti organizzati per divulgare il nostro sapere in modo da renderlo utile e spendibile anche per coloro che non si sono direttamente rivolti ai nostri servizi.

Tuttavia non ci sono stati reclutamenti in massa di psicologi, tanto è vero che la proposta di legge sulla Laurea abilitante in Psicologia è bloccata in Parlamento, diversamente da quanto avvenuto per i colleghi medici. Quello che ci si aspetta ora, citando le parole della presidentessa dell’Ordine degli Psicologi Laura Parolin, in passato mia docente, è che a livello regionale e nazionale le istituzioni si attivino facendo investimenti che aiutino gli psicologi ad aiutare.

Senza dubbio il lavoro dei colleghi medici è stato e continua ad essere fondamentale ma il nostro non lo era meno: ci occupiamo non soltanto di psicopatologie ma anche di dare supporto e questo è mancato prima di tutto alla categoria degli ospedalieri stessi, che hanno vissuto in prima persona una situazione traumatica, con l’aggiunta pressione legata alla mission del loro lavoro.

Inoltre, rappresentiamo la categoria di esperti in grado di gestire meglio di altri il rapporto col malato e le comunicazioni con le famiglie dei pazienti ricoverati, che dipendono esclusivamente dalle informazioni che vengono loro date, dalle comunicazioni quindi dalle parole che hanno un valore informativo ma soprattutto un peso emotivo.

Questa situazione non è nuova, è una riconferma di una situazione vecchia di decenni e tristemente consolidata: lo stigma verso la malattia mentale, meno tangibile e afferrabile ma non per questo meno reale, continua a imperare anche ai nostri giorni.

Di fronte a un disagio si cerca ancora di nasconderlo, si evita di parlarne, si ricorre ai farmaci, sperando in un effetto miracoloso che non hanno. 

Ancora mitizziamo il concetto di “normale”, cercando di rientrarci il più possibile, cercando di appiattire le nostre peculiarità, di limitare la possibilità di vivere ed esprimere una vasta gamma di emozioni, anche intense, umane pur di non ricevere mai l’etichetta di “pazzo” che ancora pesa come un macigno, che ha ancora un significato distorto e negativo.

Forse il primo passo da compiere è una rieducazione sociale alle emozioni, magari inserendo corsi semplificati di psicologia fin dalle elementari, alcune ore obbligatorie in ogni livello di istruzione per riportare i ragazzi al dialogo sul funzionamento dell’essere umano, che nonprevede soltanto performance, motivazione, sogni in grande ma anche paure, fatiche, insicurezze; non prevede soltanto benessere, godimento ma anche momenti di malessere, inciampi e riprese. 

Quale incidenza ha sulla vita di tutti i giorni soffrire di problemi relativi alla salute mentale?

Forse il primo passo da compiere è una rieducazione sociale alle emozioni. Prima di rispondere ci tengo a sottolineare che non va dimenticato che, accanto alla condizione di benessere, una quota di disagio è parte integrante di ogni esistenza.

Chi decide cosa è normale?

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Chi decide cosa è normale?

Perchè la salute fisica gode di una maggiore considerazione di quella mentale? Perché a tutti i costi vogliamo rientrare in quei canoni di normalità che ci fanno sentire integrati, ma al tempo stesso non ci consentono di esprimerci per chi davvero siamo?

Ho avuto il piacere di discutere di questo e apprendere nuove informazioni con Elena Scherini, dottoressa in Psicologia clinica e Neuropsicologia.

Riporto di seguito la nostra intervista:

Cosa significa salute mentale dal punto di vista medico?

Fino al 1998 il concetto di salute veniva definito come assenza del suo contrario: la malattia e la salute mentale veniva definita di conseguenza come “assenza di malattia mentale”.


Successivamente, rendendosi conto che questo tipo di definizione non era esaustiva è stata modificata, in senso migliorativo e maggiormente comprensivo: la salute, secondo OMS diventa uno stato dinamico di completo benessere fisico, mentale, sociale e spirituale, non mera assenza di malattia.”


Oggi la salute mentale viene definita una componente essenziale della salute in generale, la si definisce «uno stato di benessere nel quale una persona può realizzarsi, superare le tensioni della vita quotidiana, svolgere un lavoro produttivo e contribuire alla vita della propria comunità».


Il benessere mentale è la condizione in cui si vive quando esiste un buon livello di soddisfazione dei bisogni, insieme a una soddisfacente qualità della vita composta da equilibrio, serenità, tranquillità, accettazione del proprio stato individuale e sociale, accompagnate da curiosità e spirito di iniziativa. Certamente non è una condizione che si raggiunge una volta per tutte e per tutti uguale: nelle alterne situazioni dell’esistenza, il benessere mentale è l’obiettivo verso cui l’individuo tende costantemente.

Secondo te in Italia diamo la giusta importanza alla tutela della salute mentale?

Purtroppo, la risposta è no e la situazione attuale non è che una conferma.
Si sono dovuti aspettare mesi prima di avere un timido accenno alla tematica della salute mentale, a cui il nostro Presidente ha fatto riferimento prevalentemente in termini generalizzati di disagio psicologico, senza approfondire e considerare le numerose altre problematiche che la situazione emergenziale sta slatentizzando in soggetti già vulnerabili e lo stress intenso al quale ci sottopone in questa situazione di trauma collettivo.


Nel frattempo ci eravamo già mossi, fin dal primo lockdown i cittadini si sono rivolti a noi, ai numerosi servizi, anche gratuiti, che sono stati offerti dai professionisti nel privato e nel pubblico: basti citare l’hastag #lopsicologotiaiuta, connesso al numero di telefono dedicato all’ascolto e al supporto psicologico per cittadini e operatori sanitari colpiti dall’emergenza in corso.

Singoli e famiglie si sono confrontati improvvisamente con l’isolamento, le difficoltà di gestione della nuova situazione, inerenti ad esempio alla difficoltà di comunicare e vivere l’emergenza con i propri figli bambini o adolescenti, evitando di accrescere i disagi e le tensioni. Molti sono stati i webinar gratuiti organizzati per divulgare il nostro sapere in modo da renderlo utile e spendibile anche per coloro che non si sono direttamente rivolti ai nostri servizi.


Tuttavia non ci sono stati reclutamenti in massa di psicologi, tanto è vero che la proposta di legge sulla Laurea abilitante in Psicologia è bloccata in Parlamento, diversamente da quanto avvenuto per i colleghi medici. Quello che ci si aspetta ora, citando le parole della presidentessa dell’Ordine degli Psicologi Laura Parolin, in passato mia docente, è che a livello regionale e nazionale le istituzioni si attivino facendo investimenti che aiutino gli psicologi ad aiutare.


Senza dubbio il lavoro dei colleghi medici è stato e continua ad essere fondamentale ma il nostro non lo era meno: ci occupiamo non soltanto di psicopatologie ma anche di dare supporto e questo è mancato prima di tutto alla categoria degli ospedalieri stessi, che hanno vissuto in prima persona una situazione traumatica, con l’aggiunta pressione legata alla mission del loro lavoro.

Inoltre, rappresentiamo la categoria di esperti in grado di gestire meglio di altri il rapporto col malato e le comunicazioni con le famiglie dei pazienti ricoverati, che dipendono esclusivamente dalle informazioni che vengono loro date, dalle comunicazioni quindi dalle parole che hanno un valore informativo ma soprattutto un peso emotivo.


Questa situazione non è nuova, è una riconferma di una situazione vecchia di decenni e tristemente consolidata: lo stigma verso la malattia mentale, meno tangibile e afferrabile ma non per questo meno reale, continua a imperare anche ai nostri giorni.

Di fronte a un disagio si cerca ancora di nasconderlo, si evita di parlarne, si ricorre ai farmaci, sperando in un effetto miracoloso che non hanno. 

Ancora mitizziamo il concetto di “normale”, cercando di rientrarci il più possibile, cercando di appiattire le nostre peculiarità, di limitare la possibilità di vivere ed esprimere una vasta gamma di emozioni, anche intense, umane pur di non ricevere mai l’etichetta di “pazzo” che ancora pesa come un macigno, che ha ancora un significato distorto e negativo.

Forse il primo passo da compiere è una rieducazione sociale alle emozioni, magari inserendo corsi semplificati di psicologia fin dalle elementari, alcune ore obbligatorie in ogni livello di istruzione per riportare i ragazzi al dialogo sul funzionamento dell’essere umano, che non prevede soltanto performance, motivazione, sogni in grande ma anche paure, fatiche, insicurezze; non prevede soltanto benessere, godimento ma anche momenti di malessere, inciampi e riprese. 

Forse il primo passo da compiere è una rieducazione sociale alle emozioni

Quale incidenza ha sulla vita di tutti i giorni soffrire di problemi relativi alla salute mentale?

Prima di rispondere ci tengo a sottolineare che non va dimenticato che, accanto alla condizione di benessere,

una quota di disagio è parte integrante di ogni esistenza.


Secondariamente, gli studi affermano che l’incidenza dei problemi mentali è correlata alla gravità degli stessi.

In un primo caso parliamo di disagio mentale: si tratta di una condizione in cui si avverte uno stato di sofferenza, connesso a difficoltà di varia natura (negli affetti, nel lavoro ecc.), prevalentemente caratterizzata da tensione, frustrazione, aggressività o tristezza, senza tuttavia che si instauri alcun sintomo specifico.


In un secondo caso, parliamo di disturbo mentale stabilizzato: si tratta di una condizione che si manifesta quando il disturbo si cronicizza: perdurano nel tempo non solo le alterazioni mentali o del comportamento, ma anche la situazione che le ha determinate. Dunque, quando ci troviamo di fronte a questa situazione, si invalida il funzionamento relazionale, lavorativo/ scolastico della persona, compromettendone la qualità della vita e non permettendole di vivere la quotidianità in maniera semplice, facendola somigliare piuttosto a un’impresa (quasi) impossibile.

INCHIESTE: “I FILI DELL’ODIO” chi li tesse?

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INCHIESTE: “I FILI DELL’ODIO” chi li tesse?

Recensione della docu-inchiesta, tutta italiana, che tratta il delicato e intricato tema degli haters, nei meandri del web.

L’odio online nei confronti delle donne, è il tema con cui parte il documentario, con due testimonianze celebri come quelle di Michela Murgia e Laura Boldrini.

Michela, fin da subito sottolinea come anche la persona più forte, finirà per soffrirne perché “a tutti interessa cosa gli altri pensano di noi.”

Laura invece, ricorda come Salvini l’abbia resa capro espiatorio di ogni (presunto) problema relativo all’immigrazione, con l’hashtag #risorseboldriniane.

Un Matteo Salvini che si fa promotore di un linguaggio basato sull’odio.

Infatti sembra proprio che il problema non sia l’odio dilagante di questi tempi, ma la legittimazione dello stesso.

Michela, autrice non solo di romanzi, ma anche del podcast Morgana” che consiglio a tutti di iniziare ad ascoltare, ricorda anche come le donne di oggi siano spesso state (dis)educate ad essere sempre gentili ed accondiscendenti: “Hai detto grazie?” “Non fare il broncio” “Sorridi che sei più bella” e ancora: “Non farti vedere arrabbiata”.

Passiamo poi al razzismo e nel dettaglio all’antisemitismo, realtà che ha visto aumentare quasi del 25% i tweet che incitano all’odio, rispetto al 2015.

Come riporta Alex Orlowski, esperto di propaganda online e di analisi:

“Le grandi multinazionali possono decidere le sorti di un paese attraverso i social media e i loro algoritmi”.

Esistono vere e proprie centrali della propaganda, che rendono possibile l’amplificazione del messaggio che voglio far arrivare.

L’algoritmo funziona proprio così: più persone raccontano quella storia più quella storia diventa vera, anche quando è decisamente falsa.

Torniamo agli algoritmi, il cui obiettivo consiste, come spiega Matteo Flora, esperto di reputazione online, nel catturare il tesoro più prezioso di questi tempi: l’attenzione del consumatore.

Impossibile a questo punto non paragonare i “Fili dell’odio” a un’altra inchiesta famosa di questo periodo: “The Social Dilemma”.

In entrambi i casi veniamo messi in guardia dal potenziale dei social media e dall’uso che ne viene fatto, in un’ottica non troppo positiva.

Interessante notare come venga evidenziato che a utilizzare i social per far propaganda politica in Italia, ma anche all’estero, siano soprattutto i sovranisti, mentre la parte democratica del mondo non sembra avere ancora dimestichezza con questo sistema (o forse non vuole credere che ormai si faccia propaganda così).

La Murgia ci ricorda poi, come in un paese democratico dissentire non è assolutamente un problema, ma in un paese con “una democrazia impoverita”, come quella italiana, questo da adito a “un’emotività senza disciplina”

Sembra che i tempi siano maturi per educare le persone a reperire le giuste fonti e saperle verificare.

E per finire, Liliana Segre, ci ammonisce così:

Ai giovani bisogna offrire la forza della vita. Giovani che sono mortificati dalla mancanza di lavoro. Mortificati dai vizi che ricevono dai loro genitori.”

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C40 e la ripresa verde a partire dalle persone

Considerato il periodo in cui viviamo, stiamo apprezzando sempre di più il contatto con la natura e un ritmo di vita più sostenibile. Non si parla solo di raccolta differenziata o di consumare meno plastica, ma anche di diventare sempre più consapevoli di quanto il rispetto per l’ambiente sia collegato al rispetto per le persone. 

Una delle realtà a livello mondiale, che si sta occupando di questo e che se occupa ormai da tempo, dal 2005, è C40.

C40 è una rete composta oggi da ben 97 grandi città. Quando è nata, per iniziativa del sindaco di Londra Ken Livingston, erano 40 (da lì la scelta del nome). 

L’obiettivo del network C40 consiste nel supportare le città a collaborare e condividere conoscenze e compiere azioni volte ad affrontare il cambiamento climatico.

L’urgenza di rispondere al cambiamento climatico, soprattutto nei centri urbani continua ad aumentare, e con essa anche l’esigenza di interventi significativi. 

Le stesse Milano, Roma e Venezia fanno parte della rete e proprio quest’anno il sindaco di Milano Giuseppe Sala ha presentato il piano per una ripresa sostenibile. 

Sembra che soprattutto le metropoli abbiano un ruolo fondamentale nel cambiamento climatico, in quanto sono le maggiori produttrici di emissioni di gas serra, ad esempio quelle che fanno parte della rete C40 sono responsabili del 25% sul totale globale. 

Di recente infatti, C40 ha scritto un report in cui invita a una ripresa verde. Nel report i ricercatori spiegano come una ripresa verde e giusta sia in grado di creare oltre 50 milioni di posti di lavoro tra le quasi cento città della rete C40 e la loro filiera. Circa un terzo in più rispetto a quelli che verrebbero generati mantenendo le infrastrutture attuali. 

Con una ricostruzione verde, secondo i ricercatori, i gas serra potrebbero dimezzarsi tra il 2020 e il 2030, fino a riuscire a contenere l’aumento delle temperature medie globali entro gli 1,5 gradi centigradi rispetto ai livelli preindustriali. 

Le iniziative per un futuro sostenibile sono sempre di più e sempre di più a prenderne parte non sono solo i giovanissimi, questo sembra essere un buon segnale.

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X Factor 2020: la sofferenza normalizzata con N.a.i.p

N.a.i.p, ovvero Michelangelo Mercuri, cantante in gara nella squadra Over Uomini di Mika, porta la (in)sofferenza in prima serata, con il brano Partecipo

Una sofferenza a tratti disperata, che rappresenta una delle più comuni emozioni umane. Così difficile da accettare nella propria vita, figuriamoci in prima serata su uno dei principali canali televisivi.

A tratti l’esibizione è quasi fastidiosa, quel fastidio che però ti fa venire voglia di approfondire, di continuare a guardare e chiederti dove vuole arrivare e se ce la farà ad arrivarci. A un certo punto non capisci più se fa sul serio. 

“I vostri momenti vuoti e magici, il vostro sorriso forzato, la vostra gioia appuntita”

Con queste parole N.a.i.p sembra rivolgersi al pubblico che lo guarda e prendersene intelligentemente gioco, da lì l’(in)sofferenza a cui accennavo prima.

In realtà, continuando ad ascoltarlo e osservandolo si prova una grande empatia. Chi non si è mai sentito disperato? Chi non avrebbe avuto voglia di urlare il suo malessere come ha fatto Nessun Artista In Particolare? Per lo più su un palco di fronte a milioni di persone?

N.a.i.p ha tutta l’aria di essere una persona che le emozioni le vive a pieno e non solo, ha avuto la faccia di bronzo di portarle in prima serata. Ci ha servito questo piatto, anche se non avessimo voluto assaggiarlo.

E’ riuscito a farci assaporare qualcosa che nuovo non è, perché queste emozioni sono antiche come l’uomo, ma di nuovo c’è che le ha normalizzate.

Supportato da un Mika che in qualche modo, grazie a lui, riesce a rivelare altri aspetti di sé. Un Mika che probabilmente con un allievo come N.a.i.p è obbligato a sfidarsi e fare parecchi passi in avanti, nonostante la sua carriera internazionale e decennale. 

“Se N.a.i.p vince la finale la sua impresa diventerebbe la presa della Bastiglia della musica pop”

Leggo frasi di questo tipo in giro sul web. Si può tranquillamente affermare che Michelangelo abbia aperto una fessura più che nella musica pop, nella nostra cultura mediatica.

Complimenti a Mika che l’ha supportato, che l’ha fatto esprimere e non l’ha limitato. Anche per questo ci vuole coraggio. Per essere se stessi ci vuole coraggio.

Che questo possa essere un non troppo timido incitamento all’inizio di una cultura mediatica nuova e veramente inclusiva. Una cultura in cui tutte le emozioni vengono trattate alla pari, in modo che anche noi, spettatori in questo caso, possiamo sentirci più liberi di essere noi stessi.

“Tu sì che sai vivere la vita”

E’ così che Mika alla fine dell’esibizione si rivolge a N.a.i.p.

N.a.i.p che canta Partecipo al quinto live

Un N.a.i.p che ha tutta l’aria di aver capito come ogni emozione abbia un valore e in quanto tale sia una fonte di ricchezza, che va condivisa.

La sofferenza è un’emozione che non va repressa, ma va ascoltata e vissuta proprio come la gioia, altrimenti il rischio è quello di vivere a metà.

E a metà ci si sente un po’ incompleti.